
Mentre papa Leone si sta costantemente spendendo per una «pace disarmata e disarmante», il documento sinodale delle diocesi italiane parla di «definanziamento» del settore degli armamenti, e il cardinale Repole esprime la sua grave preoccupazione per la trasformazione della industria civile in militare nella diocesi di Torino, come stanno andando effettivamente le cose in Italia e in Europa? Lo abbiamo chiesto a Gianni Alioti ex sindacalista e attivista di The Weapon Watch. L’intervista è a cura di Giordano Cavallari.
– Caro Gianni, dopo la voce del cardinale Repole da Torino, altre voci nelle diocesi italiane sembrano segnalare la trasformazione di molte aziende – anche di piccole e di medie dimensioni – in funzione della produzione di armi. È proprio ciò che sta avvenendo? Hai dati in proposito?
A livello “macro” non esiste alcuna ricerca o studio che ricostruisca il quadro d’insieme della trasformazione dell’industria manifatturiera in Europa o nei singoli paesi. Al contrario, troviamo un’ampia pubblicistica, perlopiù parziale, che fa discendere – da pochi casi aziendali – un generalizzato processo di riconversione dal civile al militare grazie al “boom” del riarmo.
Come, ad esempio, il recente articolo “Dall’auto al cannone” scritto da Fabrizio Maronta e apparso nell’ultimo numero di Limes 6/2026. Un testo impeccabile fintanto che descrive e analizza «l’entità dello tsunami che ha investito il pilastro dell’industria tedesca» e le sue cause, molto meno quando cerca di documentare il passaggio in Germania «dal produrre auto al produrre armi» quale soluzione al declino industriale. Su questi aspetti, per chi fosse interessato, rinvio ad un mio articolo Dall’auto alle armi? La riconversione tedesca che non c’è.
Trasformare una fabbrica di auto in una di carri armati o di missili, si sta dimostrando ovunque (con poche eccezioni) una scelta industriale non conveniente, pertanto irrealizzabile. In Italia non c’è stata ad oggi, né si intravvede all’orizzonte, alcuna trasformazione di fabbriche di auto in fabbriche di armi.
Gli unici tre casi di riconversione produttiva, dal 2022 al 2026, dal civile al militare nel nostro paese non riguardano il settore automotive.
Il primo caso è relativo al sito Faber di Castelfranco Veneto, tornato nel 2025 alla produzione di bossoli e ogive della preesistente ex Simmel Difesa (chiusa nel 1998), dopo 27 anni di produzione nel civile di bombole e sistemi per gas ad alta pressione.
Il secondo è la conversione in atto del sito Fincantieri di Castellamare di Stabia: dalla costruzione di navi commerciali e traghetti veloci a quella di fregate, che sono navi di supporto logistico e di pattugliamento in campo militare.
Il terzo riguarda la trasformazione del sito di Anagni (ex Simmel Difesa), ora proprietà di Knds Ammo Italy, azienda controllata dal gruppo franco-tedesco KNDS, principale produttore di carri armati e artiglieria pesante in Europa. Finora impiegato in attività di demilitarizzazione, con disinnesco di materiali esplosivi, recupero e trattamento di ordigni, il sito di Anagni produrrà nitrogelatina, materia prima per la realizzazione di propellenti usati per munizionamento (quello prodotto da KNDS a Colleferro) e per sistemi missilistici.
Senza timore di essere smentito, posso tranquillamente affermare che i casi reali di riconversione dal civile al militare, specie nel settore automotive sono pochi in Germania, pochissimi in Francia, inesistenti in Italia. Pertanto, non costituiscono affatto un paradigma per l’intera industria manifatturiera europea.
– Significa che le preoccupazioni del cardinale Repole di Torino o provenienti da altre diocesi italiane siano infondate?
Niente affatto. Ci sono molte cose di cui inquietarci. L’importante è leggere correttamente la realtà, per non prendere “abbagli”. Ci sono sempre più narrazioni ingannevoli che cercano di farci credere che la montagna di denaro pubblico investito nel riarmo sia, non solo una necessità sul piano strategico-militare, ma anche un’opportunità unica sul piano economico-industriale.
Lo è, indubbiamente, per i fabbricanti d’armi che moltiplicano ricavi, portafoglio ordini, utili e dividendi, mentre i loro titoli in borsa volano grazie al capitalismo finanziario, che investe nelle guerre e nel riarmo degli Stati. È altrettanto fisiologica la crescita della produzione di beni e di servizi militari e, con impatti più modesti, del numero di occupati nel settore.
Ma ciò a cui assistiamo, non è – tranne pochissimi casi – una riconversione al militare di aziende civili, bensì la concentrazione delle attività dei principali player del settore aerospaziale e difesa – come Leonardo e Rheinmetall – nel business militare, la costruzione di nuovi stabilimenti (specie per droni, missili, munizioni ed esplosivi) e l’ampliamento di quelli già esistenti. È quanto stanno facendo Leonardo e MBDA alla Spezia, Fincantieri al Muggiano e Riva Trigoso, RWM Italia a Domusnovas, KNDS a Colleferro ecc.).
Nel contempo, cresce un’enorme pressione da parte di Leonardo e Confindustria – quindi del Governo e delle amministrazioni regionali – ad integrare il maggior numero di piccole e medie imprese che operano in settori civili – automotive, ma non solo – nella catena di sub-fornitura militare.
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– Puoi offrire una descrizione, anche se necessariamente sommaria, di queste produzioni?
Si tratta, in prevalenza, di aziende di componentistica che diversificano parzialmente il loro portafoglio clienti, integrandosi alle catene di sub-fornitura dei principali prime contractor dell’industria militare in Italia: aziende, ad esempio, che producono sensori, cavi speciali, software o valvole idrauliche e iniziano a vendere una parte della loro produzione (spesso meno del 10%) ai big della Difesa operanti nel nostro paese (Leonardo, Fincantieri, Rheinmetall, MBDA, Avio Aero, Thales Alenia Space, ELT, Avio Space ecc.). Le tecnologie e i lavoratori, così come i prodotti e i processi produttivi di queste aziende di componentistica non sono oggetto di alcuna riconversione, ma solo di una riallocazione delle risorse.
Allo stesso modo, piccole imprese di meccanica di precisione e di elettronica nei distretti industriali di Brescia, Bergamo, Torino…, sperano di compensare la contrazione del mercato automotive iniziando a vendere lo stesso tipo di ingranaggi, pistoni o schede elettroniche ai prime contractor di veicoli militari, come la Iveco Defence Vehicles e la Leonardo-Rheinmetall. Finiscono, però, per accorgersi presto che, oltre alle specifiche tecniche, cambiano soprattutto i volumi di produzione per anno: milioni per le auto, migliaia per i veicoli corazzati da combattimento e trasporto.
Ci sono poi distretti regionali emergenti nell’aerospazio, come quello umbro, inseriti in rapporti di partnership e nelle catene di subfornitura di prime contractor internazionali, come Airbus, Boeing e Embraer, che operano sia in campo civile, sia militare.
Ecco, posso risponderti analizzando le 75 nuove aziende iscritte nel registro nazionale delle imprese esportatrici di materiale d’armamento nel 2025. Ad esclusione della nuova joint venture Leonardo Rheinmetall Military Vehicles Srl e della nuova azienda Baykar Piaggio Aerospace Spa, le nuove aziende iscritte non producono sistemi d’arma completi, ma si inseriscono nella fornitura di componenti critiche, principalmente in tre categorie:
- Elettronica, Sensori e Laser: aziende nate civili che ora adattano le proprie tecnologie per scopi duali o militari. Un esempio consolidato è Gem Elettronica (sistemi radar e di navigazione), affiancata da decine di piccole-medie imprese specializzate in ottica di precisione e circuiti stampati avanzati.
- Software, Cyber-Intelligence e IA: ad esempio, Cy4Gate (specializzata in cyber intelligence e sicurezza) e altre aziende del gruppo Tinexta, insieme a numerose startup di intelligenza artificiale: stanno firmando contratti crescenti con le forze armate per la protezione delle reti strategiche e l’analisi dati.
- Meccanica di precisione, Fluidodinamica e Materiali Compositi: molte Pmi del Nord Italia, in particolare nei distretti manifatturieri di Piemonte, Lombardia ed Emilia-Romagna, che storicamente rifornivano l’automotive o l’oleodinamica civile, hanno iniziato a produrre valvole speciali, guarnizioni ad alta resistenza, cavi schermati e scocche in carbonio e altro: materiali destinati ai veicoli ed elicotteri militari o ai droni.
– Questo “sviluppo” ha a che fare con il ReArm Europe e con gli impegni presi dal governo in sede NATO?
Si, senza alcun dubbio. Gli unici (e ingenti) investimenti pubblici da parte di Stati e UE sono destinati al rafforzamento della base industriale della Difesa e all’acquisto di nuovi armamenti. A “sinistra” c’è persino chi – analizzando le politiche di Mertz in Germania – scomoda la tesi del «keynesismo militare», per sostenere che il riarmo è la risposta alla crisi industriale e alla perdita di posti di lavoro.
Per rispetto a John Maynard Keynes, un sistema che riduce sempre più l’intervento dello Stato sul piano economico e sociale, dilatando solo le spese militari, dentro un contesto di economia di guerra, dovrebbe essere correttamente definito “neo-liberismo spurio”.
La stessa scelta della UE che mantiene vincoli rigidi, in base al Patto di Stabilità e Crescita, per qualsiasi tipologia di spesa pubblica tranne che per le spese militari, è ascrivibile a questa logica spuria che, mentre abiura l’intervento dello Stato nell’economia, affida le politiche di investimento pubblico al complesso militare-industriale.
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– All’ultimo vertice NATO ad Ankara sarebbero stati firmati contratti miliardari per nuove produzioni. La cosa ci coinvolge?
Sì, ci coinvolge! Quando si tratta di fare affari, specie se riguardano i fabbricanti d’armi, le divisioni sul profilo e il futuro dell’Alleanza Atlantica sfumano e le contrapposizioni tra Donald Trump e i leader europei si accantonano.
Il vertice NATO di Ankara, nei fatti, è stato solo un grande bazar per la compra-vendita di armamenti. E, come ci mostrano da tempo le più grandi fiere internazionali d’armi business is business, il business avviene persino tra paesi in guerra tra loro (come Russia e Ucraina, India e Pakistan…) o in forte tensione tra loro (come USA e Cina, Algeria e Marocco, Israele e Turchia, paesi arabi ed europei…). Pur di fare affari, le aziende e i ministeri della Difesa (e della Guerra) di questi paesi condividono amorevolmente lo stesso spazio espositivo e gli stessi convegni.
Ad Ankara il segretario generale Mark Rutte ha annunciato contratti per circa 50 mld di dollari da parte della NATO, per dotarsi di velivoli di ricognizione svedesi (Saab), di droni per la sorveglianza marittima (Northrop Grumman), di aerei da rifornimento e da trasporto (Airbus), di sistemi di difesa aerea e munizionamento.
Ha annunciato, inoltre, una serie di cooperazioni industriali e infrastrutture: un accordo Lockheed Martin – Rheinmetall per la produzione di missili a lungo raggio, una cooperazione transatlantica sui sistemi missilistici e sulle navi da trasporto anfibio, il rafforzamento e la protezione delle catene di fornitura militari europee, la progettazione e la gestione rete di una “comunicazione sicura” (Leonardo-Accenture).
Solo quest’ultimo contratto riguarda direttamente l’industria italiana per un valore di 230 milioni di dollari. Altri impatti riguardano MBDA Italia, coinvolta nei consorzi multinazionali per i sistemi missilistici, con altre aziende italiane di logistica militare e della catena di subfornitori di componenti elettronici, software e meccanica di precisione.
A questi 50 mld di dollari, ne vanno aggiunti altri 40 mld per un maxipiano di investimenti sui droni e sui sistemi di difesa anti-drone, di cui beneficeranno – soprattutto – le divisioni Elettronica e Cyber di Leonardo insieme alla controllata ELT, per lo sviluppo di sensori radar e sistemi di disturbo (jamming) e l’avvio della joint venture tra Leonardo e la turca Baykar.
– C’è un “ordine” o un disegno politico a cui l’industria sta “semplicemente” rispondendo?
Nel 2025 i ventisette Stati dell’Unione Europea hanno destinato alla difesa 418 mld di euro. La spesa è cresciuta del 20% e, rispetto al 2022, l’aumento raggiunge il 47%. La proiezione cumulativa delle spese militari europee tra il 2025 e il 2035 raggiungerà, secondo fonti UE, la cifra folle di 6.800 mld di euro.
A sua volta l’UE direttamente, attraverso il Fondo europeo per la competitività, ha stanziato 131 mld di euro – nel bilancio 2028-2034 – a sostegno degli investimenti per l’industria militare, un importo cinque volte superiore rispetto all’attuale periodo di bilancio. A questi soldi si sommano i finanziamenti alle imprese del settore “Difesa” della BEI – Banca Europea Investimenti.
Il rafforzamento della base industriale della “Difesa” in Europa è, quindi, la conseguenza di un disegno politico delle élites al potere nella UE, in funzione della preparazione di una guerra contro la Russia considerata come «inevitabile». Per raggiungere questo obiettivo, si è arrivati alla militarizzazione del sistema logistico, delle scuole e università, della cultura e dei media mainstream e, relativamente al tema trattato in questa intervista, anche alla militarizzazione delle politiche industriali[1] con l’arruolamento forzoso del sistema imprenditoriale.
Cito, relativamente all’Italia, tre fatti emblematici negli ultimi due mesi.
Il 12 giugno la Confindustria di Reggio Emilia ha organizzato con Leonardo un convegno su Aeronautica, Difesa, Aerospace: perimetro e regole del gioco, dedicato ai temi del riarmo e, in particolare, alla conversione bellica dell’industria civile: ebbene – cosa gravissima – i funzionari confindustriali hanno allontanato tre giornalisti “non graditi”, regolarmente registrati al convegno.
Il 6 luglio a Firenze, la Confindustria toscana ha riunito la propria assemblea con la partecipazione del ministro della Difesa, Guido Crosetto.
Il 29 luglio la Confindustria Alto Adriatico ha organizzato a Pordenone, nella città “capitale italiana della cultura 2027”, il convegno Defender – Difesa, Dual Use e opportunità per le imprese, sfidando la contestazione dei gruppi pacifisti. Mentre, dal marzo del 2025 il suo presidente spinge per l’ampliamento della filiera bellica tra Pordenone, Trieste e Gorizia, affinché un territorio come il Friuli-Venezia Giulia, considerato già un arsenale militare a cielo aperto, possa trarre il massimo dei benefici economici dalle guerre e dal riarmo.
– Quali benefici economici e occupazionali tale “sviluppo” sta effettivamente determinando?
A fine aprile di quest’anno, il Cluster Tecnologico Nazionale Aerospazio (Ctna) e Confindustria hanno realizzato congiuntamente, in collaborazione con Intesa San Paolo, una mappatura della filiera aerospaziale italiana. Il Ctna riunisce 15 distretti regionali, 2 grandi imprese (Leonardo e Avio Aero, controllata dall’americana GE Aerospace) tre istituti di ricerca nazionali (Cnr, Cira, Ingv), la federazione industriale di settore AIAD e l’Agenzia Spaziale Italiana.
Nel 2024 la filiera aerospaziale analizzata da Ctna e Confindustria ha registrato 21,4 mld euro di fatturato complessivo (civile e militare), con 54.300 addetti e una base industriale costituita da 38 grandi imprese, 220 Pmi, 18 start-up (oltre 38 enti di ricerca e 24 istituti universitari).
Rispetto al 2021, prima della guerra in Ucraina e della moltiplicazione dei conflitti armati nel mondo, l’espansione del comparto spaziale e aeronautico è evidente, con un trend in costante crescita. Il segmento spaziale cresce del +63% in termini di fatturato (da 1,9 a 3,1 mld) e del +51% per numero di addetti. Il comparto aeronautico cresce di un +30% di fatturato (da 14,1 a 18,3 mld) e un +17% di addetti.
Anche i comparti della difesa navale e terrestre, fuori dal perimetro della filiera occupazionale, in Europa, dal 2021 al 2024, sono cresciuti in termini di occupati del +34%. In Italia le 4 principali aziende che operano in questi comparti (Fincantieri, Iveco Defence Vehicles, Rheinmetall e Beretta) nel 2024 impiegavano 4.900 addetti con un fatturato militare di quasi 5 mld di euro.
Le prime dieci aziende per fatturato militare in Italia – col gruppo Leonardo che fa la parte del leone con 12,8 mld di ricavi e 26.400 occupati – concentrano circa il 90% dei ricavi militari nel settore aerospaziale, difesa e sicurezza, stimato in 22 mld di euro dall’AIAD: l’80% dell’export e quasi il 70% del numero di occupati diretti. Le quote restanti si distribuiscono tra altri prime contractor presenti nel nostro paese e lungo tutta la catena dei sub-fornitori di primo e secondo livello.
Non si tratta, pertanto, di nascondere le ricadute economiche e occupazionali delle spese militari, ma di renderle trasparenti e correlarle ad altri indicatori. Ad esempio, va detto che i 22 mld di euro di ricavi delle attività industriali nel militare corrispondono esattamente all’1% del PIL dell’Italia nel 2024, pari a 2.199,6 mld di euro; e che i 62.000 occupati diretti nell’industria militare (dato sovra-stimato dell’AIAD) corrispondono a solo l’1,3% del totale degli occupati nell’industria in Italia (oltre 4,7 milioni). Per avere una comparazione con un altro settore industriale, la “meccanica strumentale” pesava nel 2024 per il 2,4% del PIL e per il 4,4% del totale occupati nell’industria.
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– I cittadini italiani cosa sono in grado di saperne e quale controllo democratico – attraverso il parlamento – sono in grado di esercitare, in un Paese che – per Costituzione – «ripudia la guerra»?
Le persone, se vogliono sapere, devono documentarsi da fonti attendibili e indipendenti. Su questi temi, nel nostro paese, possiamo contare su un buon giornalismo investigativo e su diversi osservatori e centri studi a supporto dell’azione della società civile contraria alle guerre e al riarmo.
Il controllo democratico attraverso il parlamento sarebbe fondamentale, ma scontiamo il fatto che la UE (violando i propri trattati) ha “sottratto” le politiche di riarmo e di preparazione alla guerra a un effettivo dibattito pubblico e, persino, al ruolo decisionale del parlamento europeo.
Anche a livello nazionale il ruolo democratico del parlamento è continuamente svuotato. Con l’aggravante di una progressiva superficialità e distrazione su questi temi da parte della maggioranza dei parlamentari – di governo e opposizione – come evidenzia l’ultima vicenda del contingente militare italiano in Arabia Saudita.
– Per quanto ne sai, le diocesi come stanno reagendo?
Le diocesi, come le associazioni e i gruppi organizzati nei territori, sono più reattive di quanto lo sia la politica. C’è molto interesse a conoscere come e quanto le “catene logistiche della guerra”, dalle produzioni al transito, fino alla destinazione finale, attraversano i territori nei quali si vive.
Come The Weapon Watch siamo spesso chiamati a parlarne – anch’io – e/o a mappare la presenza dell’industria militare nei vari luoghi. A questo proposito ho di recente rilevato la presenza delle aziende aerospaziali e della difesa su richiesta della diocesi di Padova, il cui territorio si estende anche in diversi comuni di Belluno, Treviso, Venezia e Vicenza. Il direttore del settimanale La Difesa del Popolo, ha poi pubblicato l’articolo Filiera bellica di casa nostra: anche aziende venete coinvolte.
[1] Ad esempio, il 29 maggio 2026 è stato pubblicato un paper il cui titolo in italiano è “Difesa al volante: Il ruolo del settore automobilistico come potenziale fattore abilitante dell’impennata della difesa europea”, realizzato insieme da EPC – European Policy Center e, a sorpresa, dalla European Automobile Manufacturers’ Association (ACEA), che unisce le 17 maggiori multinazionali in Europa dell’industria dell’auto.






Il dott. Alioti ben sottolinea aspetti che meritano di non passare in secondo piano. L’assenza di dibattito pubblico e discussioni parlamentari, in sede europea come in sedi nazionali, suggerisce la parabola conclusiva delle democrazie occidentali, sempre più simili alle oligarchie che si propongono di contrastare moralmente ancor prima che militarmente, ma con l’aggravante del proporsi per via di una postura fastidiosamente altezzosa basata su argomentazioni, per l’appunto in gran parte morali, la cui sostanzialità è facilmente confutabile grazie alla profusione di incoerenze sulle quali si costruisce.
Per sintetizzare, quindi:
– il riarmo non cotruirsce un benessere diffuso, arricchendo pochi a discapito di molti. Questo è provato;
– il riarmo, deciso in contumacia della rappresentanza politica e popolare, manifesta l’annichilimento delle logiche democratiche e l’indebolimento del dibattito pubblico su temi centrali;
– il riarmo non è parte di un serio e coordinato progetto di difesa europeo;
– il riarmo determina il depauperamento di welfare, sanità ed infrastrutture, determinando un deterioramento complessivo delle qualità di vita nella società civile, tantopù in un momento in cui la denatalità incipiente dovrebbe vedere ben altre riflessioni;
– l’effettiva, persistente, implicazione tecnica dagli USA nella sfera militare e delle ITC non risolve la dipendenza politica dell’Unione, che resterà orientata da altri voleri ed altre convenienze;
– infine, banalmente, il riarmo implica l’aumento della probabilità di confliggere.
Ricordo, poco dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, l’intervista su un TG regionale a un sindacalista di una famosa azienda italiana, che produce anche armi. Sotto la bandiera rossa d’ordinanza, l’intervistato dichiarò solennemente che loro come sindacato erano profondamente contrari alla guerra. Bene. Però, l’azienda stava affrontando una profonda crisi di commesse civili e, alla domanda se con la guerra la situazione dei lavoratori fosse migliorata, il sindacalista rispose che sì, ora non c’era più cassa integrazione e vi erano già commesse (ovviamente di armi) per diversi mesi. La morale di questo fatterello di cronaca è più che ovvia.
La ringrazio per il suo commento che ha ricordato questo singolare episodio. Potrei chiederle, per cortesia, se ci dice il nome dell’azienda di cui scrive?
Non escludo affatto che con lo scoppio della guerra in Ucraina nel febbraio 2022 e del riarmo che ne è seguito a livello mondiale e, in particolare, in Europa, ci siano stati casi nei quali alcune aziende ne abbiano beneficiato sul piano produttivo e occupazionale.
Così come posso confermarle che, in alcuni Consigli di Amministrazione di importanti gruppi dell’industria militare, abbiano stappato bottiglie di champagne. A ben vedere avevano buone ragioni per festeggiare, se guardiamo alla crescita esponenziale in questi 4 anni dall’inizio della guerra in Ucraina, dei loro ordinativi e dei loro ricavi, grazie ai generosi aumenti delle spese militari non lesinati dagli Stati europei con i soldi delle nostre tasse. Per non parlare delle migliaia di miliardi di dollari che il capitalismo finanziario, attraverso i fondi istituzionali che gestiscono il risparmio, hanno investito gonfiando i titoli in Borsa dei fabbricanti d’armi, o della moltiplicazione dei dividendi per i loro azionisti.
Ma se facciamo un confronto tra questi benefici (a vantaggio di pochi) e i costi che la guerra in Ucraina e l’escalation del riarmo hanno sull’insieme dell’economia e della società, nei vari paesi tra cui l’Italia, ci rendiamo conto di quanto il saldo sia ampiamente negativo.
A livello macro-economico se avesse voglia e tempo di documentarsi le consiglio di leggersi il rapporto dell’OECD – The Organisation for Economic Co-operation and Development pubblicato
nell’agosto 2022 su “I potenziali impatti territoriali della guerra in Ucraina: Il caso di studio dell’Italia”, disponibile sul sito della Corte dei Conti a questo link:
https://www.corteconti.it/Download?id=05fa5862-8f5e-47be-b6df-180e792b86cf
Mentre a livello micro, riguardo alle ricadute sui posti di lavoro nell’industria manifatturiera italiana le cito il rapporto della Fim Cisl che, nel marzo del 2022, a un mese dalla guerra in Ucraina e prima delle crescenti sanzioni alla Russia, stimava in oltre 26mila occupati a rischio, in particolare nelle filiere dell’acciaio, della meccanica, degli elettrodomestici e dell’automotive: https://www.linkiesta.it/2022/03/aziende-piu-colpite-crisi-ucraina-russia/
E ciò senza considerare altri settori manifatturieri del made in Italy, non compresi nel perimetro dell’industria metalmeccanica, di cui la Russia era tra i principali paesi destinatari della loro produzione.
Buongiorno,
cortesemente domanderei anche io di conoscere la situazione alla quale fa riferimento, ovvero: di che azienda parla? La precisione è purtroppo fondamentale. I temi sono complessi; affrontarli in modo puntuale aiuterà tutti noi a superare la fastidiosa passività con la quale larga misura degli individui accetta in modo acritico narrazioni propagandistiche, tanto incoerenti da essere curiosamente al limite del fantastico, facilmente presenti sulla maggior parte dei media, purtroppo caratterizzate da una diffusa superficialità ed incompetenza, oppure da una evidente faziosità.
Capisco le necessità di trasparenza e regolazione del mercato delle armi: produrre armi non equivale a produrre caramelle. Tuttavia, se non vogliamo lo sviluppo dell’industria militare italiana ed europea, dobbiamo necessariamente scegliere tra le due seguenti alternative: optare per il disarmo unilaterale italiano ed europeo (che porta il nostro continente al l’irrilevanza geopolitica) oppure acquistare armi americane, prolungando il nostro attuale vassallaggio.
Scelta comunque complicata…
Comprendo le sue osservazioni e il senso delle alternative che pone.
Le potrei condividere se potessimo parlare, a ragion veduta, di un’industria militare italiana ed europea, all’interno di una politica estera e di una difesa comune.
Come sappiamo, non solo non esite tuttora in ambito UE una politica estera e una difesa comune, ma non c’è neppure un’agenda e un cronogramma da parte delle istituzioni politiche che la governano (Commissione Europea, Consiglio Europeo, Parlamento Europeo) per costruirla. Al contrario, proprio sulle politiche di riarmo, la Germania (per fare un solo esempio) ha scelto di andare per conto suo.
La cosa che, invece, si sa molto meno o non si conosce affatto è il profilo dell’industria militare in Europa. Non è una colpa… È difficile documentarsi e approfondire questo tema se non c’è una motivazione professionale o di altro genere. Personalmente l’ho fatto dalla seconda metà degli anni ’70 del secolo scorso, quando a livello sindacale ho iniziato a seguire importanti aziende genovesi che operavano in questo settore, per poi allargare l’orizzonte (anche sul piano della ricerca) a livello regionale, nazionale ed europeo. Negli anni ho scritto numerosi articoli e diversi saggi. L’ultimo che ho scritto, proprio su “L’industria militare europea” sarà pubblicato da Feltrinelli a inizio ottobre del 2026 nell’ambito di un libro, curato dal proofessor Mario Pianta, dal titolo “Se l’Europa va alla guerra – Politica, economia e tecnologia della corsa al riarmo”. Una edizione in inglese sarà, invece, pubblicata il prossimo dicembre dalla casa editrice londinese Routledge, con il titolo “Rearming Europe. Politics, economics, technology”.
Non lo scrivo solo per pubblicità, ma per dire che le conclusioni alle quali sono arrivato, sono il risultato di uno studio e di un lavoro di ricerca sul campo.
Per farla breve, analizzando le dimensioni e le caratteristiche dell’industria militare europea, la produzione, l’occupazione, i rapporti tra attività militari e civili, le strutture proprietarie e le strategie aziendali, emerge come le imprese a casa madre europea rimangano fortemente dipendenti dalle aziende statunitensi (e israeliane) per tecnologie, componenti avanzati, software e infrastrutture digitali. Inoltre, i fondi di investimento con sede negli Stati Uniti hanno un peso sempre più importante nella loro struttura proprietaria.
Allo stesso tempo, le imprese a casa madre europea (da Bae Systems a Leonardo, da Rheinmetall a Fincantieri, da KNDS a Thales) operano sempre più come attori internazionali. Espandono le alleanze e gli investimenti all’estero: negli Stati Uniti per acquisire know-how e mercati, in Europa per integrare e ampliare le produzioni, nell’est europeo per decentrare le attività in paesi con bassi costi del lavoro e scarse regolamentazioni, in Ucraina dove i sistemi d’arma e le strategie d’impiego possono essere sperimentati nel conflitto in corso. Al contempo si allarga sempre più la presenza diretta (e/o attraverso joint venture) dei grandi gruppi statunitensi in Europa (specie in Germania), che oggi rappresenta il mercato di nuovi armamenti più ricco al mondo.