
Luca Mazzinghi, presbitero della diocesi di Firenze, è professore ordinario presso la Facoltà di Teologia della Pontificia Università Gregoriana. Già presidente dell’Associazione Biblica Italiana (2008-2016), dal 2020 è presidente della Società biblica in Italia (ecumenica). Nel suo lavoro di insegnamento accademico e di divulgazione si è interessato soprattutto della letteratura sapienziale, della quale è diventato uno degli specialisti più apprezzati a livello nazionale e internazionale.
Ha commentato il Cantico dei Cantici (2011), il Libro della Sapienza (2020, tradotto anche in inglese e tedesco), I salmi delle salite. È in corso di stampa un commentario in lingua tedesca al libro dei Proverbi. Ha recentemente collaborato per la pubblicazione della traduzione letteraria ecumenica del Nuovo Testamento.
Sapienza vo cercando…
Una volta relegata ai margini degli studi e dell’interesse dei lettori, la letteratura sapienziale biblica ha acquistato negli anni sempre più importanza, per la modernità dei suoi temi che avvincono anche gli uomini d’oggi e perché riportano non tanto la storia della salvezza di Israele e del mondo, ma la riflessione sapienziale sull’uomo, sulla sua vita, il suo destino, la sua vicenda spesso tribolata sulla terra, il dolore che assedia tutti ma scandalizza quado colpisce gli innocenti e i poveri ecc.
Sul destino ultimo dell’uomo la riflessione odierna oscilla tra la trascuratezza assoluta, silenziata dalla montagna di interessi, di impegni e di rumori e la riflessione pensosa delle persone più illuminate che non vogliono vivere a caso e in vista del nulla.
La discussione sulla costituzione ultima dell’essere umano e della sua dignità interessa vasti ambiti del pensiero religioso e laico e lo scoppiare delle guerre (una “guerra mondiale a pezzi” già in atto) fa pensare tutti alla fragilità dell’esistenza umana.
La presenza sempre più invadente dell’Intelligenza Artificiale – quando utilizzata impropriamente – si aggiunge allo strapotere dei mezzi tecnologici che mettono a disposizione dell’uomo molti strumenti ma non i fini/il fine.
C’è enorme bisogno di sapienza, e non ci sarà mai una sapienza artificiale! Gli autori del Pentateuco sapienziale sono ricorsi agli insegnamenti vitali che nascono dall’acuta osservazione della vita dell’uomo, dei suoi sbagli e dei suoi successi. Ha visto la sapienza insita nella vita della natura, della storia, del mondo intero. Alcune realtà invariabili entrano a far parte del bagaglio sapienziale per sapersi orientare nella vita e vivere bene, con sé stessi e con gli altri.
La vita dell’uomo sapiente e di quello insipiente è ben diversa. Diverso è lo svolgersi dei giorni per il buono e per il malvagio, per chi ha intelligenza della profondità delle cose e per chi vive allo sbaraglio, dissipandosi nell’evaporare dei giorni.
Nel Pentateuco sapienziale si troverà la fede e la sfiducia, la serenità e il dubbio, la fede in Dio e lo smarrimento di fronte all’incomprensibile precarietà, volubilità, inconsistenza, caducità, vaporosità (hebel non è la vanità morale!) di quello che si pensava solido, imperituro, durevole e valido agli occhi della maggioranza.
Occorre tornare all’insegnamento dei padri, della storia, di ciò che hanno insegnato gli errori e le scelte positive dell’uomo sotto il sole.
La storia di Israele ha tanto da insegnare all’uomo, ma anche la scienza dei popoli. Tutti hanno qualcosa da trasmettere per la felicità dei passi che cercano la direzione giusta, la modalità corretta del rapportarsi ai propri simili, la preziosità di ciò che si è dimostrato indistruttibile nel corso della vita delle persone e di popoli interi.
Israele offre la propria esperienza sapienziale accanto a quella del mondo orientale e greco-romano. Per chi crede, è una sapienza illuminata dal Creatore di tutto, da chi conosce il mistero del tempo e dell’insieme del disegno del creato e della storia. Meravigliarsi, accettare, impegnarsi saranno suggerimenti utili.
Il risultato non sarà immediato, ma la serenità dei giorni sarà data da una sapienza che, nella sua pienezza, viene dall’Alto, dall’Altro. Conoscerlo non più per sentito dire, ma per esperienza personale, assicurerà misura dei gesti, calma del cuore, limpidezza nello sguardo, fiducia nelle persone, trasparenza negli occhi, rettitudine nell’eloquio, rispetto del dolore, aiuto al povero, coscienza del limite, aspirazione al grande e a ciò che è invisibile agli occhi, ma vero al cuore.
Il Pentateuco sapienziale
Mazzinghi offre al pubblico italiano la seconda edizione corretta e ampliata della sua fortunata opera del 2012. È un manuale sfruttato da migliaia di studenti di filosofia e di teologia e frutto di quasi quarant’anni di insegnamento in prestigiosi istituti universitari.
La presente edizione è praticamente identica alla prima, ma è arricchita di alcune nuove sezioni, frutto delle acquisizioni ottenute dagli ultimi studi, compresa l’esegesi femminista. L’impostazione editoriale corregge alcuni errori, amplia l’interlinea, aumenta la grandezza del carattere di stampa, inserisce delle testatine che facilitano la consultazione veloce del testo, aggiorna la bibliografia eliminando quella obsoleta. I box fuori testo non sono più su sfondo grigio ma bianco, alleggerendo di molto la lettura del testo.
Dopo la Prefazione (pp. 7-8), la Prefazione alla nuova edizione (pp. 9-10) e l’elenco delle principali abbreviazioni utilizzate (pp. 11-12, Mazzinghi presenta una Introduzione generale alla letteratura sapienziale (pp. 13-80).
L’autore passa in rassegna le origini della sapienza biblica (pp. 14-19), gettando dapprima uno sguardo alla sapienza fuori di Israele (pp. 20-41). Sono passate in rassegna la sapienza egiziana (le istruzioni sapienziali, le dispute), quella mesopotamica e quella greca. Tratteggia l’incontro fecondo tra Israele e la sapienza “straniera”.
Si concentra, infine, sull’ambiente storico-culturale della sapienza biblica (pp. 41-50). Si ricorda a questo proposito la dimensione educativa della sapienza biblica, che trova il suo ambito tra famiglia, la corte e la scuola. La sapienza biblica è radicata nella storia di Israele.
L’autore analizza le forme letterarie della letteratura sapienziale (quella per eccellenza è il mašal, che, più che proverbio, andrebbe inteso «come una sorta di parabola, di similitudine che serve a dirigere la propria vita», p. 48). Si interroga sulla natura della sapienza, esaminandone il lessico e tentando una sua descrizione (pp. 51-54).
Mazzinghi delinea, infine, i caratteri e la teologia peculiari della sapienza biblica (pp. 54-80), vedendo nell’epistemologia dei saggi la secolarità della sapienza e una visione della realtà. Non va nascosto il fatto che l’ottimismo dei saggi va incontro a una crisi: l’esperienza mette in dubbio la fede. È presente il problema del male e la dottrina della retribuzione. In alcuni testi la sapienza viene personificata, mentre altri esprimono chiaramente una teologia della creazione.
La sapienza dei saggi è soprattutto di tipo etico, con un progetto educativo ben preciso. Si rivalutano «le virtù che devono caratterizzare il saggio stesso: l’autocontrollo, il saper parlare a tempo debito, il discernimento, la prudenza, la giustizia, la capacità di relazioni autentiche e sincere; si vedano, in particolare i libri dei Proverbi e di Ben Sira. Si tratta di una proposta etica che conserva tutta la sua attualità e che spesso non differisce di molto dalle proposte dei saggi dei popoli vicini» (p. 73).
L’autore illustra infine il rapporto tra sapienza, escatologia e apocalittica.
I cinque libri sapienziali
Lo studioso esamina i cinque libri sapienziali, presentandone sinteticamente, ma in modo molto ricco, le caratteristiche proprie di ciascuno.
Proverbi
Del libro dei Proverbi (pp. 81-138) Mazzinghi illustra il suo contenuto e la sua struttura, il testo e la posizione nel canone, la datazione e lo stile.
Analizza quindi i temi teologici principali (pp. 92-113). Vengono studiati la sapienza, il saggio e lo stolto; la visione della realtà e i fondamenti dell’etica dei saggi; la figura di Dio; il problema della cosiddetta “retribuzione”; l’etica dei Proverbi, con l’esposizione dei fondamenti di una vita felice; gli atteggiamenti umani; l’essere umano nella società.
Viene studiata da vicino la figura della sapienza personificata in Pr 1–9 (pp. 114-131): la donna straniera; la donna Sapienza (Pr 8: il secondo discorso di donna Sapienza; Pr 9,1-6 il terzo discorso di donna Sapienza; la portata della sapienza personificata in Pr 1–9; Dio e l’essere umano s’incontrano).
Si delineano i problemi che rimangono aperti. Oltre all’ottimismo dei saggi, «restano aperti, tuttavia, anche alcuni problemi per il lettore cristiano – annota Mazzinghi –: dal libro dei Proverbi sono assenti, come si è visto, i grandi temi della Bibbia d’Israele: l’alleanza, l’esodo, i patriarchi, le promesse, l’intera storia del popolo di Israele. Questa è una delle accuse mosse al libro dei Proverbi da parte dei suoi interpreti moderni: l’assenza della storia e, in particolare, della storia della salvezza; si è arrivati, talora, sino al punto di ritenere il libro dei Proverbi come un corpo estraneo alla fede d’Israele. Il nostro libro, in realtà, si occupa di un altro tipo di storia, non per questo meno reale: la vita quotidiana dell’essere umano, immerso nei rapporti con il mondo che lo circonda, nella famiglia e nella società in genere» (p. 132).
Chiude il capitolo la trattazione del rapporto di Proverbi col Nuovo Testamento, la tradizione cristiana e la liturgia.
Giobbe
Il libro di Giobbe (pp. 139-210) fa la parte del leone nel volume di Mazzinghi.
Egli presenta i problemi letterari, il rapporto tra Giobbe e la letteratura extrabiblica, alcuni cenni sulla storia dell’interpretazione e alcune piste per una lettura esegetica del libro (pp. 150-155). Si studia Giobbe nella tradizione biblica e in alcune interpretazioni moderne e contemporanee (Kierkegaard e Bloch).
Un’ampia sezione (pp. 156-197) è dedicata al quadro teologico del libro, con la presentazione di una possibile chiave di lettura.
Si analizza il Prologo (Gb 1–2), il monologo iniziale (Gb 3), i tre cicli di discorsi (Gb 4–27), le risposte di Giobbe, i lamenti di Giobbe su Dio (i lamenti “Lui”), Giobbe che interpella Dio (i lamenti “Tu”), le dossologie, la speranza di Giobbe, la sapienza misteriosa (Gb 28), il monologo finale (Gb 29–31), i discorsi di Elihû (Gb 32–37), la teofania (Gb 38,1–42,6), il primo discorso di Dio (Gb 38,1–40,2), la prima risposta di Giobbe (40,3-5), il secondo discorso di Dio (40,6–41,26), la seconda risposta di Giobbe (42,1-6), l’epilogo (42,7-17).
La possibile chiave di lettura del quadro teologico del libro è rappresentata dal volto di Dio, dal volto del dolore, una crisi risolta.
Il capitolo finale studia il rapporto tra Giobbe e il Nuovo Testamento, con alcune piste per una lettura cristiana.
Da parte nostra ricordiamo l’importanza ermeneutica della corretta lettura di Gb 42,6 (cf. pp. 191-194 del testo di Mazzinghi).
A partire dalla tesi dottorato di Giannantonio Borgonovo (La notte e il suo sole. Luce e tenebre nel Libro di Giobbe. Analisi simbolica, difesa nel 1995, diretta come moderatore dal grande esegeta Louis Alonso Schökel, con Pietro Bovati come relatore, pubblicata in Analecta Biblica n. 15, Roma 1995) molti autori – compreso Mazzinghi – accettano una traduzione diversa rispetto a quella presente, ad esempio, nella versione pastorale-liturgica CEI 2008. Tutto dipende da una diversa traduzione dei verbi presenti nel testo ebraico.
Essa suona così: «e per questo detesto polvere e cenere, ma ne sono consolato». Giobbe non si pente di niente e difatti anche YHWH afferma che il giusto sofferente non ha detto niente di errato contro di lui, a differenza dei suoi tre amici, strettamente abbarbicati alla dottrina tradizionale della retribuzione.
Raccomandiamo la diffusione di questa traduzione nell’insegnamento e nella predicazione. Ci sembra decisiva. Presentare un Giobbe che si pente fuorvia tutta l’interpretazione del libro.
Qohelet
L’enigmatico libro del Qohelet (p. 211-268) è studiato innanzitutto per quanto riguarda il libro nel suo insieme e nella persona misteriosa del suo autore. Mazzinghi studia dapprima l’epilogo (Qo 12,9-14, dove i vv. 12-14 sono di un secondo epiloghista).
La tradizione cristiana antica, a partire da Girolamo, ha inteso il nome del libro come un rimando a un nome di funzione (in ebraico nome femminile con articolo). A partire dal significato dell’ebraico qahal, “assemblea”, ha inteso questo nome come ecclesiastes, ovvero il concionator, il predicatore che raduna l’assemblea liturgica. «In realtà – scrive Mazzinghi – il testo di Qo 12,9 sopra ricordato ci rimanda piuttosto a un ambiente di scuola: il Qohelet, “uomo dell’assemblea”, appare come un maestro che si rivolge ai suoi discepoli. Il Qohelet appartiene così a quello stesso gruppo di “saggi” che ci hanno trasmesso i Proverbi e Giobbe, un uomo appartenente alle classi più colte e senz’altro più agiate della popolazione (cf. la sua autobiografia fittizia offerta nel capitolo 2). Egli è descritto nel titolo di Qo 1,1 come “iglio di David, re in Gerusalemme”; si presenta così con la maschera del re Salomone, che tuttavia non viene esplicitamente nominato. E come “Salomone” sarà inteso nella tradizione antica, sia giudaica che cristiana, sino all’epoca moderna, quando l’attribuzione salomonica verrà messa in dubbio e, alla fine, rigettata come impossibile» (p. 215).
Mazzinghi si sofferma su Qohelet come libro sacro, studiando la voce della tradizione e della liturgia.
Nelle pagine successive, lo studioso esamina i problemi letterari di Qohelet: l’unità del libro, l’uso di citazioni implicite, la struttura e il genere letterario (testamento regale?).
Secondo l’autore, è meglio pensare al genere letterario della diatriba: il carattere dialogico del libro dipenderebbe dal suo profondo rapporto con la diatriba cinico-stoica. «Il contenuto della diatriba è di carattere etico e riguarda per lo più il comportamento quotidiano dell’uomo – rammenta Mazzinghi –; caratteristica peculiare della diatriba è il dialogo tra lo scrittore e un suo interlocutore, reale o fittizio. L’accostamento del Qohelet alla diatriba pone il problema del rapporto tra il Qohelet e il mondo greco: in che misura il nostro saggio ne è influenzato, se addirittura ne utilizza uno dei generi letterari alla sua epoca più diffusi?» (p. 221).
Lo stile del Qohelet è caratterizzato dall’ambiguità e dall’ironia.
«L’ironia può assumere nel libro una portata più vasta – scrive l’autore –, come avviene nell’intera finzione regale (Qo 1,12–3,15) dove l’identificazione dell’autore con il re “Salomone” assume un aspetto senz’altro ironico: il più saggio e il più ricco re che Israele abbia mai avuto non è stato capace di godersi la vita. Da questo punto di vista, l’intero libro, posto sotto la finzione salomonica, acquista il carattere di una parodia di una vera e propria sindrome regale [citazione di R. Vignolo nella nota 28], l’atteggiamento di “Salomone” che vorrebbe avere tutto e capire tutto. In sintesi, l’uso dell’ironia serve al Qohelet per una vasta serie di scopi: prima di tutto con l’ironia egli riesce a criticare le pretese della sapienza tradizionale […]. In secondo luogo, l’ironia serve al nostro saggio per stigmatizzare il tentativo dell’uomo del suo tempo di imitare “Salomone” credendo di trovare da solo la propria felicità; verso questo stile di vita di pretesa autosufficienza, l’ironia del Qohelet diviene feroce. L’ironia, in terzo luogo, non ha soltanto lo scopo di colpire e di ferire l’interlocutore; combinata con l’uso retorico della domanda, essa acquista un reale valore epistemologico, spingendo il lettore a riflettere sulla realtà e a non dare nulla per scontato; così avviene, in modo particolare nella costante ripetizione che “tutto è soffio”; sotto i colpi del Qohelet l’intera vita umana viene posta in discussione: l’ironia va di pari passo con lo sviluppo del senso critico. È molto importante notare – prosegue Mazzinghi –, a questo punto, che l’uso dell’ironia da parte del nostro saggio appare assente in tre casi: quando il Qohelet parla della figura di Dio e del suo agire, quando parla del temere Dio e della gioia da lui concessa all’essere umano; l’ironia del Qohelet, pertanto, non è un’ironia corrosiva e distruttrice, ma è uno strumento epistemologico che serve a vagliare e a dare fondamento alle sole realtà che abbiano un senso nella vita: Dio e le due cose che l’essere umano può vivere in relazione a questo Dio, il timore e la gioia» (pp. 224-225).
Importante, nel Qohelet, è il ricorso alla negazione e, insieme, alla domanda. Il carattere dialettico dell’opera viene espresso anche nel costante ricorso all’interrogazione.
Lo studioso accenna anche al testo e alla lingua di Qohelet.
Per l’epoca e la datazione Mazzinghi ricorda una conclusione del grande studioso P. Sacchi: «Se la fisionomia del III secolo a.C. non è sufficiente da sola a indicare questa data per il libro del Qohelet, è certo che su questo sfondo il suo pensiero si comprende benissimo» (p. 227).
L’esegeta fiorentino tratta di seguito le fonti di Qohelet, il Qohelet e la tradizione biblica, il Qohelet e la critica alla tradizione apocalittica. Accenna a un’interpretazione difficile, testimoniata da una breve storia dell’ermeneutica dei padri: l’esegesi dei padri; Qohelet scettico, pessimista e ateo; Qohelet ovvero la gioia (e la fatica) del vivere (pp. 226-234).
Chiudono il capitolo la presentazione dei temi e della teologia del Qohelet (l’epistemologia del Qohelet; Hebel habalîm: tutto è un soffio; la gioia come dono di Dio; il Dio di Qohelet; pp. 236-238) e la posizione dello stesso nel contesto della rivelazione: continuità e rottura con la tradizione biblica; per una lettura cristiana del Qohelet; attualità del Qohelet (pp. 260-268).
Siracide o Ben Sira
Per quanto riguarda il libro del Siracide o Ben Sira (pp. 269-326), il più lungo dei libri sapienziali e anche uno dei più lunghi di tutta la Bibbia, vengono illustrati, dapprima, i temi dell’autore (Ben Sira, un saggio alessandrino già anziano) e della datazione (anni attorno al 185 a.C.), con una trattazione anche riguardante l’insieme dell’epoca (dal 223 al 187 a.C. la Giudea è contesa tra la dinastia dei Tolomei che governavano l’Egitto e quella dei Seleucidi che, invece, governavano la Siria). Ben Sira si situa profondamente tra giudaismo ed ellenismo. Si intende mostrare che anche Israele ha la propria sapienza e non solo il mondo ellenistico.
Mazzinghi espone poi l’intricato problema testuale, per il quale rimanda all’ampia nota introduttiva alla traduzione ufficiale CEI 2008.
Dopo aver ricordato che la Chiesa latina ha costantemente privilegiato il testo lungo (così nella Vetus Latina, nella Vulgata e oggi nella Nova Vulgata del 1979 e del 1986), la nota prosegue ricordando che il testo CEI 2008 riporta il testo breve in carattere tondo, mentre in corsivo sono stampate le aggiunte proprie del testo lungo.
Mazzinghi ricorda che la forma testuale Greco I, più breve, è quella in genere usata nelle traduzioni moderne. Greco II è più lunga di 135 stichi.
Greco I sembra essere la traduzione originale opera del nipote di Ben Sira, che – come lui stesso confessa nel prologo del libro –, non sempre appare ben riuscita e del tutto fedele all’originale ebraico (Prologo, 15-26). Non di rado la traduzione greca riflette mutate concezioni teologiche e comporta vere e proprie correzioni del testo ebraico originale.
Il testo Greco II (testo lungo) può essere invece considerato come una revisione editoriale successiva, con vere e proprie aggiunte di carattere teologico.
Di fronte a due versioni di Siracide si pone il problema della canonicità. È molto difficile previlegiare un testo a scapito dell’altro. Mazzinghi conclude circa la questione di quale testo di ben Sira tradurre: «Occorre oggi avere una concezione piuttosto larga dell’ispirazione. Al di là del problema testuale senz’altro complesso, la Chiesa cattolica – mancando ogni decisione in merito – sembra dunque considerare come ispirato anche il testo lungo greco ma, forse, è addirittura possibile considerare come ispirata l’intera tradizione testuale che ci è stata trasmessa» (p. 285).
Mazzinghi studia anche le caratteristiche letterarie del Siracide, mettendo in luce le forme letterarie e gli usi stilistici e la struttura letteraria.
Circa l’insegnamento fornito dal Siracide (pp. 289-326), lo studioso si sofferma sul tema centrale della sapienza, sul timore del Signore, il rapporto tra la sapienza e la Legge. A questo proposito, egli esamina brevemente l’autoelogio della sapienza (Sir 24,1-22), la riconciliazione tra sapienza e Legge.
Altri temi importanti del libro presi in considerazione sono il culto e la preghiera, la teodicea, l’antropologia, l’elogio dei padri – che illustra il rapporto tra Ben Sira e la storia – (Sir 44–50), l’escatologia e il messianismo, l’etica (l’essere umano posto di fronte a sé stesso; l’uomo e la sua famiglia; Ben Sira e la donna; l’uomo nella società).
Ricordiamo che il libro è deuterocanonico e non è entrato nel canone ebraico dei libri normativi.
Sapienza o Sapienza di Salomone
Anche il libro della Sapienza o la Sapienza di Salomone (pp. 327-392) è un testo deuterocanonico e non è entrato nel canone ebraico dei libri normativi.
Mazzinghi ne esamina il testo, le versioni e i problemi letterari (l’articolata e particolare struttura letteraria; il problema dell’unità di composizione; lo stile; il genere letterario).
Parlando dell’encomio della sapienza riguardante l’elogio dei padri, lo studioso esprime una valutazione che abbraccia l’intera opera: «[…] ciò che rende il libro della Sapienza un’opera assolutamente originale è proprio questa connessione, assolutamente nuova, tra carattere midrashico e genere letterario greco. Utilizzando il genere dell’encomio classico, ben noto alla retorica greca, il nostro autore s’indirizza ai giudei che, vivendo in un contesto ellenistico, se ne sentivano attratti sino al punto di voler abbandonare le proprie tradizioni. La genialità del saggio alessandrino consiste nell’aver saputo esprimere in questa forma un contenuto che è tipicamente giudaico. Il saggio autore del libro è riuscito in questo modo a proporre ai suoi ascoltatori un testo che, pur rimanendo fedele alla tradizione biblica, riesce a esprimerla in un linguaggio ad essi accessibile. Abbiamo così una sorta di midrash greco sulle Scritture» (pp. 243-344).
Trattando del libro della Sapienza nel suo contesto storico, a proposito della datazione, l’autore afferma: «All’interno del libro è possibile scorgere una serie di indizi sia linguistici che tematici che conducono a datarlo durante il principato di Ottaviano Augusto, cioè tra il 30 a.C. e il 14 d.C.» (p. 344). Argomento principe per la datazione è la presenza in Sap 6,3 del termine kra/thsij, “sovranità”, termine tecnico per indicare la presa di possesso dell’Egitto da parte dei romani nel 30 a.C. in seguito alla battaglia di Azio.
«L’autore è ignoto – annota Mazzinghi –: occorre pensare, genericamente, a un anonimo giudeo di lingua greca, residente ad Alessandria, profondo conoscitore della Scrittura, ben ancorato nella tradizione dei padri, ma, allo stesso tempo, legato all’ambiente culturale ellenistico che caratterizzava la città di Alessandria alla fine del I secolo a.C.» (p. 345).
Lo studioso tratteggia il tema del libro del Siracide in dialogo col mondo ellenistico e il suo rapporto con la tradizione biblica. Analizza quindi il posto del libro della Sapienza nella tradizione e il problema della canonicità. Esamina i rapporti con il Nuovo Testamento, la sua posizione nella tradizione e la canonicità del testo, esaminando l’uso del libro nella tradizione cristiana.
Circa il messaggio del libro della Sapienza (pp. 351-392), Mazzinghi prende in esame i destinatari del libro, domandandosi se essi siano i governanti (cf. Sap 1 e 6). Importanti sono i temi della creazione e dell’immortalità (Sap 1,13-15 e 2,23-24), la figura degli empi (Sap 1,16–2,24 e Sap 5), la vita eterna del giusto e la triste sorte dell’empio (Sap 3–4), la figura della sapienza nella seconda parte del libro (Sap 7–9), la preghiera per ottenere la sapienza (Sap 9, con l’esame del tema della sapienza di Sap 9 quale presenza di Dio tra gli uomini).
La prima delle due digressioni (Sap 11,15–12,27) ha per tema la filantropia di Dio, mentre la seconda (Sap 13–15) dileggia con feroce ironia l’idolatria, di cui descrive di fatto una vera e propria storia (costruzione degli idoli; nascita in seguito alla divinizzazione di un figlio morto prematuramente o alla divinizzazione del sovrano). In Sap 13,1-9 il saggio autore parla della religione dei filosofi, con argomentazioni che saranno riprese da Paolo in Rm 1.
L’idolatria consiste praticamente nello stravolgimento del senso della creazione. La creatura, divenuta idolo, prende il posto del Creatore (Sap 15,7-13) e l’idolatra gioca a costruirsi un Dio su misura (Sap 15,16). Non si fa molta fatica a intravedere la modernità assoluta di tale valutazione!
All’idolatria si contrappone in più passaggi la rivelazione del Dio creatore e salvatore: è il Dio della Genesi, dell’Esodo e dell’alleanza, un Dio Padre e provvidente (Sap 14,1-10), che i filosofi hanno cercato, senza però riuscire a trovarlo. Riconoscere questo Dio ricco di perdono, che agisce nella storia del suo popolo e, allo stesso tempo nel creato, è radice di immortalità (Sap 15,1-3).
Tipico del libro della Sapienza è la presenza di sette antitesi (Sap 11,1-15 e 16–19). In esse vi è l’anamnesi dell’esodo, con la contrapposizione della sorte riservata agli egiziani e quella donata agli ebrei in fuga verso la libertà.
Ricordiamo en passant che Luca Mazzinghi ha dedicato la sua tesi di dottorato – diretta dall’esimio professore di Libri sapienziali M. Gilbert – uno dei massimi esperti mondiali di questo campo – a una di questa antitesi: Notte di paura e di luce. Esegesi di Sap 17,1–18,4, pubblicata nel 1995 nella prestigiosa collana Analecta Biblica (n. 34), che raccoglie le migliori tesi di dottorato difese al PIB di Roma.
Sviluppi e prospettive della sapienza biblica
Chiude il volume dell’esegeta fiorentino un capitolo dedicato agli sviluppi e alle prospettive della sapienza biblica (pp. 393-414).
Mazzinghi ricorda due opere di taglio teologico.
- Mies, Toute la sagesse du monde, approfondisce queste piste: la sapienza in rapporto con l’essere umano e con Dio; la sapienza cioè educazione a vivere nella società (giustizia e politica); la sapienza, la vita e la morte; la sapienza, l’intelligenza e l’amore; la sapienza e la vita oltre la morte.
L.G. Perdue, Wisdom Literature. A Theological History riassume alcune caratteristiche della “teologia storica” tipica della letteratura sapienziale, attraverso una serie di metafore suggestive, benché in qualche caso – a giudizio di Mazzinghi – discutibili: per il tema della “creazione e provvidenza” Perdue ricorda la metafora della fertilità, dell’artista, della parola e del conflitto. Per il tema “creazione e antropologia”, la metafora della nascita e della crescita, dell’artista, del re e dello schiavo. Per quanto riguarda “creazione e donna Sapienza”, la metafora della dea femminile della fertilità, della regina del cielo, della voce di Dio, dell’insegnante, dell’amante e dell’amica, dell’artigiano.
Mazzinghi elenca, infine, le dieci ragioni che, secondo Perdue, esaltano l’importanza della teologia sapienziale per l’Antico Testamento (cf. p. 395-396).
Lo studioso fiorentino sottolinea, infine, il valore dell’esperienza e illustra l’epistemologia dei saggi: sapienza personificata, creazione e accessibilità di Dio (pp. 397-398). Affronta quindi il mistero del male, la creazione e la sapienza della croce (pp. 398-399; nell’Indice a p. 6 eliminare il numero 3). Segue l’esame del rapporto tra la sapienza e Gesù Cristo (pp. 400-402), l’etica sapienziale come progetto educativo (pp. 403-408) e, infine, la rivalutazione dell’umano, in dialogo con altre culture (pp. 412-414).
Il testo di Mazzinghi è arricchito di numerosi box extra-testo che abbracciano particolari problematiche filologico-teologiche, l’uso liturgico del testo di Siracide, suggerimenti bibliografici per l’approfondimento dello studio.
NB: a p. 307, capoverso “In connessione”, r 5, leggi “I secolo d.C.”.
Non si può che rimanere ammirati di fronte a un’opera che, in un solo volume, presenta un’introduzione ricchissima ai testi sapienziali, spesso di difficile interpretazione biblica e cristiana. Essa si distingue per chiarezza didattica, ricchezza di informazioni, essenzialità del dettato.
La Chiesa e l’esegesi italiane devono molto a questo studioso, mite nel tratto e profondo nella conoscenza e nell’amore con le quali divulga la parola di Dio. A lui vada la nostra riconoscenza e la nostra stima.
Luca Mazzinghi, Pentateuco sapienziale. Proverbi, Giobbe, Qohelet, Siracide, Sapienza (Studi biblici), EDB, Bologna 2026, pp. 416, € 32,00





