
Leone XIV ha firmato la sua prima enciclica il 15 maggio 2026, nel 135° anniversario della Rerum novarum, e l’ha promulgata dieci giorni dopo nell’Aula nuova del Sinodo, presente di persona. La presenza non è cerimoniale: è come una firma di responsabilità su un atto di Magistero destinato a segnare il pontificato.
Già il titolo dice da che parte si guarda. Magnifica humanitas. Sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale non è un documento sulla nostra era (robotica, digitalizzata e caratterizzata dall’IA), ma un documento sulla persona umana in un tempo nel quale le tecnologie avanzate stanno ridisegnando le condizioni stesse dell’esperienza umana.
La parola chiave è custodia: non difesa, non governo, non gestione. La stessa che papa Francesco aveva usato per il creato. Colloca la Chiesa come sentinella, non come tribunale. È una sfumatura, ma orienta tutto il testo. E orienta anche questa lettura: perché – lo si dirà – più ancora del potere algoritmico, la questione decisiva è che cosa accade alla persona quando delega alle macchine le funzioni stesse del ricordare, del giudicare, dell’immaginare.
L’enciclica non nasce dal nulla. La nota Antiqua et nova del gennaio 2025 ne aveva già fissato i cardini: l’IA come prodotto dell’intelligenza umana, la non-neutralità della tecnica, il rischio per la verità, lo sfruttamento dei lavoratori invisibili, la prudenza sull’uso militare delle nuove tecnologie. A questo si aggiunge una cinquantina di interventi papali nel primo anno di pontificato. Magnifica humanitas è una sintesi, non una primizia: dottrina sociale matura applicata al novum tecnologico.
I punti forti: il potere algoritmico, i beni comuni, il disarmo
Le linee di forza si riconoscono senza enfasi. La principale è lo spostamento del baricentro: dalla domanda tecnica – che cosa può fare la macchina – alla domanda antropologica – che cosa sceglie di essere la persona. Tutto il resto discende da qui.
Da questo baricentro nasce la diagnosi più esatta del testo pontificio: la concentrazione del potere algoritmico (e relativi guadagni) in poche mani private e transnazionali, un fenomeno che né Rerum novarum né Centesimus annus potevano conoscere. E nasce il passo magisterialmente più rilevante: l’estensione del principio della destinazione universale dei beni a brevetti, algoritmi, piattaforme, infrastrutture e dati. Era atteso; ora è scritto.
Coerente anche la fedeltà alla teologia del lavoro di Laborem exercens, che porta a respingere il reddito incondizionato come scorciatoia, perché il lavoro resta dimensione costitutiva della persona, non degli algoritmi e delle macchine. E poi la formula che può fare strada: disarmare l’IA, eco di quella «pace disarmata e disarmante» cara a Leone. Linguisticamente potente; resta da vedere se entrerà nel vocabolario internazionale del dibattito.
Sull’architettura, però, conviene essere onesti. Si possono leggere, nei 245 paragrafi, sei nuclei tematici – limite e transumanesimo, potere algoritmico, disarmo, verità e comunicazione, lavoro, le immagini bibliche di Babele e di Gerusalemme –. Ma chi ordina così il testo, deve dire che quella coerenza è del lettore più che del documento, che oscilla tra registri diversi: critica della tecnica e critica del capitalismo, antropologia teologica e prudenza pastorale, denuncia profetica e dialogo. Meglio presentarli come linee di forza riconoscibili, non come capitoli di un sistema già compiuto.
Un avversario che viene da dentro
C’è poi un punto che vale la pena rendere esplicito, perché l’enciclica lo lascia implicito. Quando il testo attacca il cosiddetto transumanesimo – la fragilità umana non è un difetto da correggere, ma un tratto costitutivo della persona umana – sta facendo una scelta dentro l’umanesimo cristiano, non semplicemente contro un nuovo nemico esterno.
Il concetto stesso di dignità dell’uomo, su cui l’enciclica costruisce parlando di persona (più ancora che di uomo) nasce, in larga parte, dall’Oratio de hominis dignitate di Pico della Mirandola (1486): l’uomo non ha sede certa né volto fisso, è «scultore e modellatore di se stesso». Il “moderno” Pico collocava la dignità non in una natura stabile, ma nella libertà di diventare ciò che si sceglie. Ed è proprio questo gesto che i transumanisti di oggi rivendicano come proprio possibile fondamento.
Pico non era un proto-transumanista – la sua era libertà di ascesa spirituale, non il laboratorio CRISPR –; ma il gesto antropologico è lo stesso: la persona che deve costituirsi attraverso le proprie scelte. E quel gesto, una volta secolarizzato e dotato di strumenti potenti, produce davvero ciò che transumanesimo e postumanesimo ipotizzavano già alla fine del Novecento. Criticandoli, l’enciclica sceglie l’Agostino della consuetudo e non il Pico della dignitas, il Pascal della miseria e non il Ficino del camaleonte divino. Scelta dottrinalmente coerente per un pontefice agostiniano. Ma è una scelta interna alla tradizione, non esterna: e il testo non lo dichiara.
Una teologia del limite robusta dovrà fare i conti con questo, distinguendo la libertà-per (verso il vero, il bene, Dio) dalla libertà-da (dalla natura, dal limite). Due gesti di libertà; a separarli non è la libertà, ma ciò verso cui si muove la persona consapevole e in grado di scegliere autonomamente.
Qui si tocca, peraltro, il punto su cui l’enciclica è stata giudicata con maggiore severità: la distinzione fra persona e macchina rischia di apparire affidata all’esperienza – l’affettività, la relazione, la coscienza – più che all’essere.
È un rilievo da prendere sul serio, perché una distinzione fondata solo sull’esperienza è, in linea di principio, colmabile da una macchina che quell’esperienza sappia simulare, dopo essere stata addestrata. La tradizione offre un fondamento più saldo: la differenza fra l’uomo e l’intelligenza artificiale non è di grado né di prestazione, ma di ordine dell’essere. L’uomo non è una somma di processi – per quanto raffinati –, ma, nella lezione di Tommaso, anima razionale sussistente: il principio stesso del suo conoscere è incorporeo, e perciò irriducibile a qualunque calcolo, anche al più perfetto. Una macchina potrà imitare gli atti dell’intelligenza; non potrà mai essere un’intelligenza che sussiste.
È su questa soglia ontologica – non sulla maggiore o minore ricchezza dell’esperienza – che la custodia della persona trova la sua ragione ultima. Senza di essa, ogni difesa dell’umano resta esposta al ricatto del giorno in cui la simulazione fosse perfetta.
La difficoltà non è solo interna alla Chiesa. Aldo Schiavone, in un’intervista a HuffPost il giorno stesso della presentazione, ha giudicato ottimo il verdetto politico dell’enciclica – la critica alla deriva oligarchica dei soggetti privati che controllano ormai le infrastrutture logistiche e informatiche del pianeta, mossa dall’unico grande attore mondiale oggi capace di una critica del presente – ma ha lamentato, sul piano concettuale, un eccesso di continuismo: per lo storico, l’intreccio fra naturale e artificiale non genera un post-umano, bensì un «nuovo umano», destinato a toccare i limiti stessi della finitezza e a porre in termini nuovi il rapporto con Dio; e il capitolo sul lavoro descriverebbe ancora la civiltà dell’homo faber degli ultimi due secoli e mezzo. La prudenza, teologicamente comprensibile, farebbe così perdere l’urgenza dei rimedi. È un’obiezione da attraversare, non da aggirare.
I nodi aperti: lavoro, disarmo, governance
Restano questioni operative non sciolte. La prima è il vuoto sulla disoccupazione indotta dalla tecnologia: identificare il rischio non è indicare la via, e se il reddito di base è respinto per principio, servirebbe un’alternativa praticabile per società che potrebbero perdere il trenta o il quaranta per cento dei posti qualificati nei prossimi quindici anni (anche se aumenterà la miriade degli “addestratori” sotto-pagati). L’enciclica non la offre – e forse non deve, per lasciare spazio al pensiero socio-politico dei cristiani.
La seconda è l’ambiguità del «disarmo»: un sistema di sorveglianza non si disarma come un missile, e il testo oscilla tra divieto legale, ridisegno tecnico e contestabilità pubblica senza scegliere – proprio dove servirebbe un’etica delle architetture, non solo dei comportamenti.
La terza è la governance globale: si chiedono organismi di vigilanza e accordi vincolanti seppur sovra-nazionali senza dire con quale fondamento, con quali nuovi strumenti giuridici internazionali e con quale ruolo vi parteciperebbe la Santa Sede, mentre la tradizione canonistica avrebbe forse le risorse – ius gentium, bene comune, salus animarum – per formulare una sua proposta.
Il costituzionalismo digitale europeo, osserva tra i primi Oreste Pollicino, lavora su questo da anni e nell’enciclica trova la giustificazione dottrinale che cercava. Ma ogni regolamentazione è necessaria e non sufficiente: la compliance può rendere legittimo un sistema formalmente corretto, ma sostanzialmente disumanizzante.
Il Vaticano, Palantir e la guerra dei simboli
C’è un nodo che è anche notizia. Alla presentazione, accanto al pontefice, sedeva il co-fondatore di una delle maggiori aziende del settore: un atto politico-ecclesiale che va letto nel contesto preciso di quella settimana.
Quattro giorni prima, il 21 maggio, il presidente degli Stati Uniti aveva ritirato la firma da un ordine esecutivo già pronto sulla regolazione dell’IA, per non frenare il vantaggio competitivo americano sulla Cina.
Sei giorni prima, il vicepresidente JD Vance aveva detto di attendere l’enciclica con interesse, salvo essere richiamato all’ordine da Peter Thiel, suo sponsor e fondatore di Palantir, che ha bollato Prevost come «Papa woke».
L’azienda voluta accanto al pontefice è proprio quella che ha rifiutato pubblicamente l’uso militare illimitato dei propri modelli, ed è oggi in causa con l’amministrazione americana per questo. Non è dunque apertura indistinta al mondo tech: calcolando i rischi di pubblicità indiretta, è la scelta di una compagnia che ha già pagato un prezzo politico per fare ciò che l’enciclica chiede. Implicitamente ma chiaramente, il primo papa statunitense prende posizione contro le attuali politiche militari del proprio Paese sull’IA.
La contesa ha la sua icona in una citazione di Tolkien, che Leone XIV ha voluto nel testo, accanto a quelle della Bibbia, dei Padri e dei teologi cristiani: non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo, ma fare il possibile per gli anni in cui viviamo, lasciando a chi verrà una terra sana da coltivare. Non è un richiamo innocente.
Palantir prende il nome dalle pietre veggenti del Signore degli Anelli – strumenti di sorveglianza che corrompono chi li usa e finiscono per servire Sauron. Citando Tolkien contro l’idolatria della potenza tecnica, il papa riprende l’autore cattolico a chi se n’era appropriato: non denuncia soltanto un’ideologia, le sottrae i simboli. Non è una mossa di guerra culturale disarmata, che va riconosciuta come tale?
Resta, infine, il legame con l’Assemblea del sinodo dei vescovi, ancora in corso: l’enciclica esce a venti giorni dai Rapporti finali del 5 maggio e ne riprende il linguaggio della corresponsabilità; ma se quei Rapporti restano fragili sulla forma canonica della partecipazione, l’enciclica non ne eredita la fragilità? Chi ricostruisce, mattone su mattone, la Gerusalemme pur evocata come alternativa a Babele? La domanda, già agostiniana, sulla consistenza della civitas Dei resta sospesa.
Il nodo più profondo: l’esternalizzazione del pensiero
C’è però una questione che, a rilettura severa, viene prima di tutte le altre, e che né l’enciclica né le prime ricezioni hanno messo al centro: la progressiva esternalizzazione del pensiero. Il problema non è solo chi controlla l’algoritmo o governa la civiltà tecnologica avanzata. È che cosa accade a una persona, a una comunità, quando – lentamente, spesso volontariamente – affida a sistemi esterni di controllo le funzioni stesse del pensare e della conscience (non: consciousness).
La prima facoltà che stiamo consegnando alle macchine è la memoria: e quando una civiltà smette di ricordare da sé, comincia a smettere anche di pensare da sé. Una memoria che vive nelle macchine non è più quella di cui Agostino diceva «lì incontro me stesso», ma la concrezione algoritmica dei dati di memoria collettiva.
Poi il giudizio: chiedere alla macchina che cosa pensare in vista di una decisione etica, è atrofia del discernimento, quella discretio spirituum che i Padri del deserto già consideravano dono dello Spirito.
Poi il linguaggio: delegare alla macchina le proprie parole significa, alla lunga, perdere il proprio timbro interiore e le proprie differenze già condensate nella varietà delle lingue e dei linguaggi.
Inoltre, l’immaginazione: chi riceve immagini e fantasie già confezionate perde la capacità di creare, ovvero di sperare ciò che non c’è ancora – la materia stessa della fede.
Infine, la coscienza morale: chi affida ad altri la ponderazione – a una macchina che imita il giudizio, ma non lo possiede – è scelto, ma non sceglie.
L’enciclica accenna: igiene dell’attenzione, pensiero critico, silenzio, lettura. Ma non lo tratta come questione antropologica strutturale, al pari del potere o delle armi autonome. Eppure è qui la partita decisiva. Un potere algoritmico concentrato resta una distorsione esterna, contro cui si può ancora lottare: non come una classe sociale contro un’altra al potere, ma, ancora agostinianamente, come un luogo di lotta tra due amori.
Un’umanità che ha smesso di esercitare memoria, giudizio, parola e immaginazione è, invece, una mutazione interiore – e contro le mutazioni interiori la lotta è più dura, perché non si sa più nemmeno chi combatte, come invece avviene quando la lotta è storica, sociale, economica, culturale, finanziaria.
Qui torna Agostino. Nelle Confessioni la consuetudo è una catena che lega non perché venga imposta da fuori, ma perché si smette di percepirla come catena: liberum arbitrium captivatum, il libero arbitrio fatto prigioniero. È la descrizione più sottile della libertà reale, ed è di un’attualità impressionante nell’epoca degli assistenti cognitivi. Il potere algoritmico, del resto – lo ha notato lo stesso Pollicino – non vieta: orienta. Non impone: predispone. Non censura soltanto: amplifica, seleziona, rende visibile o invisibile. Costruisce l’ambiente entro cui crediamo di continuare a scegliere liberamente. È l’esatto corrispettivo giuridico di ciò che Agostino chiamava consuetudo.
La domanda decisiva, allora, non è più che cosa la persona umana lascia fare alla macchina. È quando smette di distinguere il proprio pensiero da quello suggerito. Un pensiero formulato per noi e accettato dopo un clic non è più nostro; ma non è neppure percepito come altrui. Si installa in una zona neutra, dove la libertà non è negata, ma semplicemente non più esercitata.
La discretio spirituum – il discernimento – diventa così la virtù decisiva del nostro tempo ipertecnologico, informatico e digitale. Perché in gioco non è più solo che cosa l’uomo fa, ma che cosa la persona è, quando le sue facoltà più intime dialogano in continuazione con sistemi che la conoscono meglio di quanto essa conosca se stessa. Significherà soprattutto questo la custodia della persona proposta dall’enciclica?
Un cantiere all’altezza dell’epoca
Magnifica humanitas è un’enciclica seria: diagnostica meglio di quanto prescriva, denuncia meglio di quanto costruisca, apre più cantieri di quanti ne chiuda. Ma non è un limite: è la natura delle encicliche sociali. Rerum novarum non offrì soluzioni pronte alla questione operaia; offrì la grammatica entro cui per decenni cattolici, giuristi, politici e sindacalisti poterono pensare le risposte.
Magnifica humanitas fa lo stesso: fornisce una grammatica antropologica, etica e politica per pensare la questione tecnologica del nostro tempo. Tocca ora ai cristiani – teologi, canonisti, filosofi, educatori, consacrati, tecnologi, economisti – raccogliere il mandato e farne, negli anni e nei decenni, l’opera che il documento promette ma non può compiere da solo. Perché la questione decisiva non è se le macchine diventeranno più intelligenti, ma se gli uomini continueranno a esercitare l’intelligenza che possiedono: se le facoltà più intime – memoria, parola, immaginazione, discernimento – vengono delegate, la tecnica non sostituisce l’uomo, lo svuota. Custodire la persona significa anzitutto custodire queste facoltà interiori, senza le quali non si pensa, non si sceglie, non si è liberi.
Le encicliche sociali, da Leone XIII in poi, non si misurano dalla compiutezza dell’atto, ma dalla qualità del cantiere che aprono. Il cantiere, qui, è all’altezza di un’epoca davvero magnifica.





