Bulimia eucaristica, anoressia della Parola

di: Marco Casadei

Il 15 marzo si è celebrata la giornata nazionale del Fiocchetto Lilla, contro i disturbi del comportamento alimentare. Occasione che quest’anno cade purtroppo in un frangente dove l’attenzione e la preoccupazione della popolazione non solo italiana sono rivolte alle cronache sempre più drammatiche al seguito di Covid 19.

Proprio l’associazione di questa duplice e non auspicata convergenza mi ha provocato a incrociare con lo sguardo lo stile della comunità cristiana mentre celebra la sua fede in regime di Coronavirus.

Le considerazioni di carattere teologico-pastorale che seguono si augurano di non risultare irrispettose o offensive, soprattutto nei confronti di chi ogni giorno deve lottare su questo fronte per stabilizzare il dolore provocato da profonde ferite relazionali.

 In questo tempo strambo

Prendo le mosse dalle suggestioni in versi di Mariangela Gualtieri: “C’è dell’oro, credo, in questo tempo strano. Forse ci sono doni”, afferma la poetessa romagnola, nel tentativo splendidamente riuscito di dare senso a questi giorni quantomeno incerti e condividendo lo smarrimento generale di fronte alla cruda realtà del contagio dilagante.

Rifare la Chiesa

Per lei tuttavia questo tempo, pur minaccioso, va setacciato, perché qualcosa di positivo è in serbo; tempo sì inospitale e insidioso, che nondimeno va attraversato, quasi fosse una regione inaggirabile, al cui interno si celerebbe una imperdibile preziosa presenza.

Covid 19 si mostra perciò, insieme alle tante rappresentazioni a cui si presta e con il “demone dell’analogia” (R. Ronchi) che innesca, dispositivo di formidabile capacità, in quanto porta oltre la temperatura di soglia ben più dei nostri singoli corpi provati. È il sistema paese nelle sue varie componenti ad essere messo alla prova, come mai forse nel secondo dopoguerra.

Sul piano sociale, ad esempio, non poche criticità stanno giungendo al punto di rottura. L’esplosività drammatica registrata nei giorni scorsi in numerosi istituti di detenzione italiani non è che l’emblema di qualcosa che sta saltando per aria, volenti o nolenti – certo, mostrando impietosamente nello specifico oggettive e pregresse responsabilità di molteplice natura.

Stati di eccezione

Covid 19 sembra dunque riservare alcune sorprese. L’inaggirabile stato di eccezione in cui si vive palesa quei nodi aggrovigliatisi vieppiù nel corso della storia socio-politica italiana più o meno recente. Il contagio si estende non solo a porzioni, ahimè, sempre più vaste della popolazione, ma anche all’intero ambito produttivo, economico, finanziario…

Le generazioni più adulte paiono anche quelle più esposte e non solo nel corpo dei singoli. L’intero del corpus collettivo che abita oggi la terra ne è intaccato. Corpus dell’umano che quegli stessi adulti hanno plasmato e sulle cui spalle non può non ricadere il peso della responsabilità per le condizioni inaccettabili in cui versa il mondo.

Senza arrivare all’ossessione apocalittica, ostinatamente ancorata al mantra della catastrofe finale, non ci vuole un genio per riconoscere che dopo il passaggio dell’intruso invisibile niente più, o ben poco, sarà come prima. L’impianto e la struttura stessi delle nostre “economie” verranno irreversibilmente scardinate, facendo saltare uno ad uno i dispositivi che regolano le nostre relazioni: siano esse quelle di mercato, finanziarie, politiche; come quelle di natura sociale, religiosa, affettiva, intersoggettiva, intrapsichica…

Un dono, forse…

Dalla postazione esistenziale ed ecclesiale che attualmente abito (prete diocesano riminese) mi sembra di rilevare per la Chiesa l’emersione di una opportunità feconda: un dono, antico e sempre nuovo, a favore di tutti. Ma il dono è, non solo in regime di Coronavirus, costitutivamente misterioso, vivendo di uno statuto paradossale (non può mai essere ricambiato) e potendo abitare solo l’inesigibile spazio di un’accoglienza (cf. Mt 13,44).

Per dono qui va inteso, molto semplicemente, la riconsegna fattiva della Parola di Dio nelle mani delle comunità e di chiunque voglia lasciarsi da essa raggiungere. Lo spazio di accoglienza ha invece i tratti del desiderio ecclesiale. Desiderio il cui spazio, tanto nei singoli quanto nella comunità, non è stato aiutato a maturare secondo gli auspici espressi dallo stesso Vaticano II.

Un desiderio troppo spesso saturato, occupato con oggetti indiscutibilmente santi, il cui effetto è tuttavia quello della chiusura simbolica dei cieli: non c’è più spazio di attesa se tutto è sempre già dato.

Se infatti in quello che sta succedendo può essere riconosciuto un pregio, esso a mio avviso risiede nella forza dirompente di squarciare i cieli per il desiderio e il suo proprio senso, occlusi paradossalmente dagli automatismi agiti con le nostre pratiche liturgico-ecclesiastiche. Sintomatica è l’impossibilità pratica a generare alternative liturgicamente pertinenti, o a dare uguale dignità celebrativa a momenti altri rispetto allo schematismo eucaristico in cui inesorabilmente si ricade.

Bulimia eucaristica

A voler essere espliciti si corre il rischio di passare però dall’altra parte, assumendo i tratti del fustigatore di turno. Vorrei pertanto evitare un più che possibile malinteso: quello di giungere irrispettoso e forse anche offensivo verso le competenze dei molti confratelli, ammirevoli per dedizione e autentico affetto, profusi nei confronti delle persone col loro ministero.

Eppure sento di non poter tacere rispetto a ciò che registro, in me per primo, come una irriflessa (ma non per questo innocente) tendenziale piegatura disfunzionale del ministero e della sua cura liturgico-pastorale.

Rifare la Chiesa

La disfunzione che intendo mettere in luce si presenta nei tratti del suo contrario, ovvero nella legittimità dei pieni poteri affidati (canonicamente e sacramentalmente) al ministro ordinato. Disfunzione della figura ecclesiastica che si ripercuote inevitabilmente sull’intero del corpo comunitario, sui suoi stili e comportamenti, non da ultimo anche su quelli “alimentari”.

La saturazione ritualistica del desiderio credente finisce così per togliere gusto alla sostanza sacramentale del nutrimento eucaristico. Qui si annida la terribile finzione di un desiderio per sé ambiguo, che nasconde nel suo movimento anche una inestirpabile piegatura autoreferenziale di godimento.

Una sorta di disturbo bulimico che non sa fare i conti con la mancanza e con l’Altro; con tutte le sue ricadute sia sulla figura del prete cattolico, sia sui membri della comunità. Esattamente l’eccezionalità di celebrazioni eucaristiche in assenza di comunità porta alla luce possibili incongruità di risposta rispetto allo stato di eccezione in cui si vive.

C’è chi può e chi no?

In questione, ancora una volta, non è affatto la buona qualità degli intenti pastorali, ma come questi vengono tradotti e a partire da quali criteri operativi vengono messi in atto in senso teologico-pastorale.

Da questo punto di vista mi pare indicativa l’assenza, tranne pochi casi, di una interrogazione rispetto al nostro agire ecclesiastico, in un frangente in cui ogni ritualità viene sospesa (persino sulla sponda laica e civile: si pensi al divieto di stringersi la mano).

Eppure si è continuato a celebrare l’eucaristia, magari con qualche opportuno accorgimento tecnico: a porte chiuse ma in streaming; dunque con la presenza virtuale di una comunità, impedita tuttavia in ciò che fa il senso stesso del gesto liturgico: “prendete… mangiate… e bevete!”.

In condizioni diametralmente opposte si trovano le comunità ecclesiali disseminate, ad esempio, nei vastissimi territori amazzonici. Lì, paradossalmente, è ben vivo, presente e desiderante, il volto comunitario; eppure, mancando il ministro ordinato, non si dà condizione sufficiente perché l’eucaristia possa venir celebrata.

In questo senso il Covid 19 fa impietosamente luce su un dato: nell’unica Chiesa cattolica “c’è chi può e chi non può”. I ministri, che correttamente sono definiti ordinati in forza della potestas sacramentale, “possono” incondizionatamente l’eucaristia. Mentre, nonostante l’avanzamento ecclesiologico del Vaticano II, non ha ancora ottenuto peso teologicamente specifico e canonicamente vincolante la presenza non solo virtuale di una comunità celebrante.

La cosa seria del discepolato

A questo punto ci si deve chiedere, noi preti in primis, se definirsi ministri ordinati valga solo per accontentare la lingua formale del diritto, poiché in pratica si opera in qualità di “ordinanti” l’intero del corpo sacerdotale (profetico e regale) del popolo di Dio.

Il Concilio non ha forse traghettato la comunità ecclesiale tutta sull’altra sponda della propria più intima coscienza discepolare? Non ha cioè (sub-)ordinato, una volta per tutte, i suoi ministri all’unico e comune sacerdozio battesimale?

Per quanto la Chiesa, non solo italiana, sia stata colta di sorpresa, essa non ha perso tempo nel mettere in campo con pieno merito tutte le risorse pastorali e liturgiche a sua disposizione, coadiuvata in questo dalle nuove possibilità tecnologiche già da tempo collaudate e sempre più mediaticamente aggiornate.

E tuttavia, a mio giudizio, in una direzione paradossalmente incongrua rispetto all’ora presente. Vi è perciò ragione di sobbalzare sulla sedia quando in Italia, in modo sostanzialmente inalterato, l’eucaristia viene celebrata in assenza di assemblea/comunità. Se incontestabile è il genuino desiderio dei pastori, non così risulta la sua traduzione, ovvero la presa in carico del bisogno di continuare a celebrare la comunione col Signore assieme al popolo, pur in sua assenza.

Figura ecclesiastica come stato di eccezione ecclesiologica?

Eppure l’automatismo della risposta si tradisce. L’assemblea liturgica di fatto non c’è. L’incongruenza non sta dunque nell’assenza di buone intenzioni, ma nella regressione verso l’intenzionalità precedente il Vaticano II. Infatti, una cosa è permettere (anche sul piano canonico) alle singole persone, temporaneamente impedite, di poter partecipare da casa, mediante gli ausili mediatici, all’eucaristia celebrata da una comunità concretamente radunata. Un’altra è l’urgenza posta dalla situazione attuale, a cui non si può rispondere semplicemente invertendo l’ordine dei fattori: poiché qui il risultato cambia! Con il Vaticano II la coscienza ecclesiale non solo ha ribadito l’impossibilità di una eucaristia senza ministro a/per essa ordinato, ma ha altresì acquisito l’identità del ministero “ordinante”: il corpo ecclesiale, popolo sacerdotale, profetico e regale.

Rifare la Chiesa

Dal momento che in Amazzonia, come in altre parti di questo unico mondo, fratelli e sorelle nella fede non possono nutrirsi per anni dell’eucaristia che fa sacramentalmente/realmente uno in Cristo, diventa sempre più difficile negare l’esistenza di cattolici di serie A e di serie B.

Ciò che, in tutta franchezza, impressiona è l’incrollabile immunitas della figura ecclesiastica: il fatto cioè che il contagio, cui tutti si è potenzialmente esposti, sorvoli al di là e non intacchi minimamente il suo più che consolidato procedere.

Più chiaramente: Covid 19 ha imposto la sospensione di pressoché tutte le attività pastorali, tranne quelle ancora possibili mediante i dispositivi elettronici e i contatti social. Sembra tuttavia curiosamente spuntato nei confronti dell’istituzione ecclesiastica; o meglio, mancherebbe del potere necessario a saggiarne il governo e la sua macchina sacrale – solo temporaneamente außer Betrieb (fuori servizio), mai però außer Kraft gesetzt (disattivata). Non si lascia così facilmente vulnerare il dispositivo rituale mediante cui essa celebra la propria fede nel Crocifisso risorto.

Il copione di sempre

Insomma, questo tempo così difficile, incerto e instabile, che scuote dalle fondamenta il mondo intero – cambiando con ogni probabilità il modo stesso di abitarlo – sembra non riuscire ad interrompere la Chiesa dalla recita del solito copione.

Al netto del dovere sacrosanto e irrinunciabile di raggiungere, lenire e continuare a consolare il dolore di molti, Colui che chiama l’umano comune alla pienezza della vita non abita (mai l’ha fatto!) l’eccesso di un orizzonte ultimamente distruttivo e catastrofico. Evitando ad ogni costo gesti di impaurita insensibilità, rispetto alla sempre crescente moltitudine dei colpiti dal virus e dai suoi molteplici effetti, Gesù (e lo stile che lui è) discerne quotidianamente per chiunque l’eccedenza paterna che spinge fuori dai determinismi ecclesiastici.

In effetti l’attestazione evangelica, a ben leggere, lo narra da secoli con impareggiabile lucidità: l’eccedenza di Dio proprio tra i “suoi” non trova più il suo posto (cf. Lc 2,6s). L’immunizzazione all’eccedente novità di Dio non è, dunque, affare di pagani né di peccatori, ma riguarda esattamente l’incapacità dei devoti – e, tra essi, gli ecclesiastici di sempre – a esporsi verso l’inedito di Dio, concedendosi al Dio che giunge come straniero/estraneo (cf. Lc 24,15-18).

Rovinosamente immuni (cf. Mt 23,13), si potrebbe dire, non tanto da Covid 19 ma rispetto alla possibilità di ospitare l’inedito evangelico che ha sempre la forma di una “frattura instauratrice” (M. De Certeau), la sola dynamis in grado di rinnovare il volto ecclesiale. Non riuscendo a dare parola alla singolarità di questo momento, né a discernere la voce sottile di silenzio (cf. 1 Re 19,12) – accade così il misconoscimento dell’eccedenza divina.

Detronizzato da una mano invisibile e frastornato dal risentimento per contare socialmente (e sociologicamente) sempre meno, l’ego ecclesiastico si scopre pericolosamente insidiato dalla propria frustrazione, che proietta/progetta la sua figura “al posto” di Dio. Insediamento (sia pure in nome suo) che, ancora una volta, genera una confusione mortifera, scambiando eccesso per eccedenza, catastrofe per apocalisse, pulsione di morte con la rivelazione della vita.

Pare di una precisione tristemente inesorabile, poiché al fondo la figura del vuoto – della “vacanza” – fa paura; la mancanza non può non essere immediatamente riempita.

Anoressia della Parola

L’eccezionalità di questo tempo consegna a noi, Chiesa cattolica, dunque una dura lezione. Poiché, accanto a quella che ho indicato come una forma di bulimia eucaristica, si affianca un’altrettanto inconfessabile anoressia della Parola. Farsi carico responsabilmente della situazione, a mio parere, significa anzitutto essere responsoriali rispetto all’inedito che ci si consegna, la cui dinamica non ha per certi versi analoghi neppure in situazioni drammatiche come guerre e calamità naturali (terremoti, tsunami…).

Insisterei pertanto sul seguente interrogativo in prospettiva teologica: dato il fatto della possibilità tecnica e del consenso canonico, è opportuno – anzi, lecito – in questo preciso contesto celebrare l’eucaristia? Non dovrebbe piuttosto entrare anch’essa in stato di eccezione?

Provo a spiegarmi più chiaramente. Ritengo che il criterio interpretativo non possa più essere il diritto-dovere dell’ecclesiastico, con la sua potestas canonico-sacramentale, ma quello dell’assemblea comunitaria, alla cui comunione viene ordinato. Dove comunione sacramentale, nell’ambito della celebrazione, non può continuare a significare la mera “partecipazione” (ancor più) a distanza per via mediatica, né tantomeno un’assunzione spiritual(istica) del corpo del Signore.

Rifare la ChiesaPartecipare alla celebrazione eucaristica da sempre significa, per una sana teologia, una sola cosa: l’effettiva/corporea comunione sacramentale con il Signore della storia. A meno di questo – lo dico con provocatoria brutalità – non dovrebbero (neppure canonicamente) sussistere le condizioni per una liturgia cristianamente intesa.

Stare all’altezza della svolta conciliare pone perciò l’esigenza di percorrere un sentiero liturgico impervio, il cui rischio espone l’ecclesiastico alla cronicizzazione dell’atteggiamento clericale. L’ecclesiastico ben formato teologicamente, secondo le linee della riforma liturgica post-conciliare, sa bene che la liturgia eucaristica è costituita dai cosiddetti due fuochi, o “mense”, della Parola e dell’eucaristia. Mense che non sono in competizione tra loro, né articolate sullo schema semplificatorio del “più” (importante?) e del “meno”.

In assenza di popolo verrebbe a mancare uno dei due fuochi. Il motivo stesso della celebrazione non sta nella facoltà/potere ecclesiastico di consacrare (si rammenti il canone 6 del Concilio di Calcedonia), ma nel corpo comunitario e nel corrispondente desiderio, liturgicamente agito, di essere sacramentalmente uno col proprio Signore. La celebrazione eucaristica ad oggi, ovvero quella generata dallo e nello spirito del Vaticano II, non può fare a meno di una assemblea animata dal sacerdozio battesimale e fisicamente radunata per il banchetto nuziale, dove l’Agnello stesso di Dio si fa nutrimento.

A meno di nuove soluzioni tecnologiche, attualmente solo futuristiche, che consentano l’esperienza corporea della manducatio sacramentale ai convocati attorno all’unico corpo dato e sangue versato – tecnologia che, ovviamente, porrebbe nuovi problemi di ordine teologico, morale, pastorale, canonico…

“Il digiuno che voglio”

L’eccezione a questa regola non può essere in alcun modo costituita dallo stato ecclesiastico. Il ministero ordinato non può cioè coincidere con lo stato di eccezione. Sì, perché la regressione a questo ordine pratico, più che riflesso, è sempre ad un tiro di schioppo. L’impossibilità di cogliere nell’eccezione il sorgere di uno stato inedito, capace di rinnovare tutte le membra della comunità ecclesiale, è la sua pena.

Poiché, senza rendersene conto e nella più cristallina delle buone intenzioni, il potere canonicamente istituito e consegnato alla figura ecclesiastica tende inerzialmente a piegare in direzione autoreferenziale, in quanto abilita oggettivamente al dominio e alla revoca dell’esercizio pratico dei tria munera.

A mio giudizio, la fragilità teologico-pastorale dell’intenzione a celebrare “in assenza ma per il popolo” si rivela proprio in questo impercettibile quanto indebito slittamento della posizione ecclesiastica. Celebrare l’eucaristia per il popolo, ovvero “al posto” degli altri, smaschera l’irriflessa, ma non meno responsabile autocomprensione del clero quale stato di eccezione. Più ancora: di un clero che, incapace di mettersi in ascolto della Parola, quale parte ordinata alla totalità del corpo, si fa regola per ogni possibile eccezione.

Neppure l’eccezionale serietà di Covid 19 sembra scalfire questa postura plurisecolare dell’essere permanente stato di eccezione ecclesiologica. Nessuna interruzione che accade nel mondo reale ha forza sufficiente per permettere il sorgere di un inedito autentico. A ciò si contrappone piuttosto una continuità preoccupante, inibita di sguardo profetico davanti allo stallo dei dispositivi pastorale e rituale; insensibile nell’avvertirne la possibile benedizione.

Celebrare: mai senza di voi, qui

L’essere eccezione è, cioè, l’eccesso che sta a fondamento di coloro che non possono non celebrare l’eucaristia: sia mantenendo scelleratamente aperte le porte agli pseudo-devoti; sia, più saggiamente, chiudendole ma riservando eccezionalmente a loro stessi la facoltà della partecipazione alla mensa eucaristica. Lo stato di eccezione, divenuto regola, fa saltare ogni possibile profezia.

E l’eccesso autoreferenziale contenuto in un simile gesto non ha nulla a che fare, in un duplice senso, con l’essere servizio fraterno all’eccedenza propria dell’inedito sempre sorprendente e spiazzante di Dio. Per un verso infatti le due istanze (autoreferenzialità e ministero) sembrano coesistere in modo giustapposto e senza imbarazzi nel soggetto, ignorandosi vicendevolmente. D’altro canto, esattamente l’emersione di questa situazione contraddittoria attesta il corto-circuito ecclesiastico. La cui postura tuttavia non coincide affatto, a ben guardare, con la tradizione viva della Chiesa.

A mio modo di vedere, questo potrebbe (dovrebbe) essere ecclesialmente il tempo favorevole per sensibilizzare il desiderio del singolo e della comunità allo spazio “inutile”, ovvero gratuito, dell’attesa, in grazia di una parola familiare e forestiera al tempo stesso: “verranno giorni quando lo Sposo sarà loro tolto e allora digiuneranno” (Mt 9,15).

Nella sospensione reale di ogni celebrazione eucaristica – con l’eventuale unica “eccezione” di quella domenicale presieduta dal vescovo della Chiesa locale – non si dovrebbe leggere affatto il tradimento della volontà di Dio. Anzi, proprio la professione di fede, sancita anche e non da ultimo dal Vaticano II (liturgia eucaristica quale fons et culmen), scongiura il suo risolversi in un mero fatto ecclesiastico.

Il nodo ecclesiologico che, attraverso Covid 19, viene dunque al pettine della riflessione teologico-pastorale si dà precisamente nello sbilanciamento sostanzialmente immutato della figura ecclesiastica del prete sul canone tridentino, secondo il vettore spirituale medioevale dell’essere alter Christus e, in quanto tale, secondo lo stato di agente in persona Christi. Più eccezione di così!

Rifare la Chiesa

Ma chi agisce veramente la persona di Cristo? Chi è cioè il soggetto reale/sacramentale di questa azione? Non è forse Cristo stesso, unito al suo unico corpo-mistico: il mistero della sua corporeità condivisa con i suoi a favore di chiunque? L’esser ordinato non mette dunque il prete “al posto di” nessuno – Gesù o discepolo che sia.

Ciò che neppure al più pastorale dei concili nella storia bimillenaria della Chiesa è riuscito, lo può forse un intruso tanto invisibile quanto tremendamente efficiente. Se al Tridentino, per comprensibili e molteplici ragioni, va dato merito di aver saputo confezionare una veste giuridicamente inattaccabile per la figura ecclesiastica, al tempo di ora va nondimeno concesso il diritto di “aggiornarlo”, a partire da un nuovo paradigma cristiano. Solo all’interno di questa cornice può infatti acquistare plausibilità la figura ecclesiastica del prete nel contemporaneo. Che così può (ri)prendere vita esattamente dalla interruzione drammaticamente imposta qualche secolo addietro e che, per ironia della sorte, trova inaspettatamente sponda nell’attuale, inquietante congiuntura.

La Parola

Detto in modo fin troppo semplice: si tratta di ripartire dalla sostanzialità e dalla centralità sostanziosa della Parola di Dio. Riterrei infatti più sensato e pertinente in questo tempo strano celebrare (tutti) liturgie della Parola, quantomeno durante la feria settimanale. Deserto e digiuno eucaristico (ribadisco: non solo per i fedeli ma per la comunità tutta) per riconsegnare il Vangelo come Parola capace di spezzare l’incantamento/incatenamento del nostro orizzonte alla rassicurazione dello schema rituale consolidato.

Si può/deve permettere lo spazio del desiderio che prende vita col nutrimento del cammino, ossia col pane della Parola, realmente co-essenziale tanto per l’edificazione del Regno, quanto per l’accendersi dei sentimenti propri al Signore (cf. Fil 2,5).

Non possiamo più vivere schizofrenicamente, professando con la bocca una co-centralità della Parola, per poi sconfessarne praticamente l’effettività, poiché ciò che conta è che comunque si possa celebrare l’eucaristia – anche al costo di far coincidere nella figura ecclesiastica l’eccezione e la regola.


Emergenza socio-sanitaria e forme di vita cristiana
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2 Commenti

  1. Giorgio De Checchi 20 marzo 2020
  2. Belloni Giovanni 20 marzo 2020

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