La famiglia tutti a casa…

di: Giulia e Mario Chiaro

Famiglia coronavirus

In queste settimane l’agenda di casa segna solo cancellazioni: sospensioni o annullamenti di attività da tempo consolidate, di incontri ufficiali, di corsi di aggiornamento, di convegni, di visite mediche, di celebrazioni eucaristiche, di gruppi del Vangelo. La piccola grande rete dei percorsi esistenziali diventa inagibile.

Chiuse le scuole, per noi genitori entrambi docenti, per la figlia al liceo, per i due nipotini. In famiglia viviamo gli effetti di un tempo sospeso e rallentato. Va riempito? Come? Nella conta delle ore diventa preziosa la memoria delle esperienze fatte in varie comunità religiose e di volontariato: ci aiutiamo a costruire una nuova intelaiatura di momenti più precisi per scandire le giornate.

Nel tempo della “chiusura domiciliare”, fondamentale per salvarci tutti insieme dal Coronavirus, scopriamo in famiglia le potenzialità della rivoluzione digitale: le lezioni e il lavoro a distanza riempiono le mattine e i pomeriggi. Così la figlia, costretta a una vita solitaria, esce dal mutismo adolescenziale e riempie le nostre stanze di colloqui con i docenti che tengono lezioni in rete e di risate con gli amici.

Una storia di comunità

Il cellulare è diventato, anche per noi, il crocevia di notizie e di richieste di preghiera per gli amici e i conoscenti, morti o ricoverati in terapia intensiva. Proprio qui però si fa spazio un nemico compagno del virus: la paura.

La paura ci spinge al rito scandito da lunghe telefonate con la nonna novantenne lontana, per sostenerla nelle diverse ore del giorno. «L’età media dei pazienti deceduti e positivi per Covid-19 è 80 anni, più alta di circa 15 anni rispetto ai positivi e le donne sono decisamente meno degli uomini: il 24,4%»: queste statistiche, riversate nella foga della cosiddetta “infodiema” che non riusciamo più a sopportare, ci irritano e ci intristiscono perché la nostra famiglia, come tante altre che conosciamo, ha una forte tradizione di legami intergenerazionali, che ha fatto e fa miracoli in termini di solidarietà morale e materiale.

Un senso d’impotenza affiora in questi ultimi giorni: nonostante che figlio e nuora abbiamo elaborato una piccola tabella di marcia giornaliera con i loro due piccoli, i nostri nipoti appaiono come destabilizzati. Quella che sembra una vacanza, di fatto per loro non lo è: hanno bisogno degli amichetti e non li ritrovano.

I figli maggiorenni sono in paesi diversi e barriere visibili e (soprattutto) invisibili ci separano. Il desiderio di stare con loro fa emerge un nuovo e importante sostegno reciproco: si è creato un flusso di scambio delle varie letture politiche ed economiche di questa emergenza.

Con le loro diverse prospettive, in fondo in fondo, essi mettono a confronto lo stile strategico di gestione dell’epidemia di paesi in cui non si contrasta il contagio e si punta tutto sulla cura (Germania, Inghilterra, Francia) e di paesi in cui si contiene il contagio con decreti emergenziali d’isolamento della popolazione (Cina, Italia, Corea del Sud).

La pandemia ci sta facendo prendere coscienza che, pur con i nostri difetti politici e istituzionali, il nostro paese ci ha inoculato una storia di comunità, mantenendo così un notevole grado di umanità e facendo tutto il possibile per salvare tutti i salvabili. Anche i segnali di solidarietà civile e religiosa che stanno emergendo sempre più nelle realtà locali della penisola alimentano questa solidarietà.

Senza frontiere

Una riflessione di Recalcati ci impegna a costruire la speranza: «Questo virus è una figura sistemica della globalizzazione; non conosce confini, stati, lingue, sovranità, infetta senza rispetto per ruoli o gerarchie. La sua diffusione è senza frontiere, pandemica appunto. Da qui nasce la necessità di edificare confini e barriere protettive. Non però quelle a cui ci ha abituati il sovranismo identitario, ma come un gesto di solidarietà e di fratellanza».

Questo virus ci insegna che la libertà non può essere vissuta senza il senso della solidarietà: «lo insegna, paradossalmente, consegnandoci alle nostre case, costringendoci a barricarci, a non toccarci, a isolarci, confinandoci in spazi chiusi… Non è forse questa la tremendissima lezione del Covid-19? Nessuno si salva da solo; la mia salvezza non dipende solo dai miei atti, ma anche da quelli dell’Altro».

Questa speranza di salvezza da annunciare a noi e a tutti trova una singolare stabilità nella condivisione con diversi gruppi familiari di lettura del Vangelo, che si incoraggiano continuamente rilanciando la Buona Notizia di Gesù.

Emergenza socio-sanitaria e forme di vita cristiana
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