Responsabilità e profezia

di: Mariano Crociata - Antonio Staglianò

profezia e reponsabilitàMons. M. Crociata, vescovo di Latina-Terracina-Sezze-Priverno, ha inviato una lettera ai presbitei e ai diaconi indicando tre piste da seguire: 1) la riscoperta di alcuni temi dimenticati in un orizzonte più compiuto della nostra fede, 2) la valorizzazione delle relazioni come rete costitutiva di un tessuto ecclesiale capace di reggere al cambiamento e di guidarlo dall’interno, 3) la capacità di accompagnare con segni concreti di solidarietà i drammi che, in questi frangenti, si consumano sotto i nostri occhi.

Cari confratelli,

ho pensato di scrivervi per condividere pensieri e sentimenti di questi giorni.

Innanzitutto vi ringrazio per il modo come avete vissuto questa prima domenica senza celebrazioni con il popolo. Ho colto diversi segni della vostra iniziativa pastorale volta ad offrire ai fedeli il sostegno della Parola di Dio, della fede e della preghiera.

Uno spunto di riflessione vorrei ora porgervi muovendo dalle considerazioni polemiche di qualche commentatore.

È vero che, per la prima volta, di fronte al diffondersi di un’epidemia, la comunità ecclesiale, attenendosi alle indicazioni delle autorità sanitarie e governative, ha risposto all’emergenza sospendendo ogni manifestazione, anche rituale, che preveda la partecipazione di fedeli. In passato, in circostanze analoghe, è talora successo il contrario: si intensificavano le celebrazioni e si promuovevano processioni, con grande partecipazione di popolo.

In verità, andrebbe verificato storicamente come siano andate di volta in volta le cose, ma non c’è dubbio che una sospensione generalizzata – che toccherà anche la settimana santa e la celebrazione della Pasqua – è la prima volta che viene adottata.

Fuori dall’ordinario

Qualcuno grida all’affronto per la fede e alla diserzione degli uomini di Chiesa; la verità è che i cambiamenti culturali e scientifici intervenuti, e la crescita dell’esperienza della fede cristiana, ci fanno vedere le cose diversamente, ma non per questo con minor fede.

Oggi conosciamo più chiaramente le modalità di diffusione di un’epidemia e, responsabilmente, non possiamo permettere che per nostra responsabilità il contagio si diffonda ulteriormente: il virus non rimane fuori dalle porte delle chiese.

D’altra parte, la fiducia in Dio e la preghiera sono cosa diversa dal tentare Dio e sfidarlo con la pretesa di miracoli, i quali restano sempre dono gratuito e imprevedibile. Infine, la fede non è mai esentata dalla prova e quella che stiamo vivendo è anche una prova per la fede, attraverso la quale Dio ci vuole dire qualcosa che dobbiamo discernere.

L’aspetto più inquietante di questa prova è la congiunzione di due sofferenze: la minaccia per la salute (e per molti la malattia, la morte) e la privazione dell’eucaristia. In tempi ordinari, la malattia viene vissuta dai credenti con il sostegno della preghiera e, in particolare, dell’eucaristia. Ciò che nelle nuove circostanze ci tocca dolorosamente è proprio l’impossibilità di accostarsi all’eucaristia che, con la tradizione, chiamiamo «pane dei pellegrini» e «vero pane dei figli». Adesso i pellegrini e i figli – quali noi siamo – non possono nutrirsene.

Al di là del dolore e dello sconcerto, possiamo notare che ci sono circostanze nelle quali noi stessi – per cause eccezionali, di malattia o altro – non possiamo celebrare e ricevere l’eucaristia, inoltre che ci sono e ci sono state situazioni nelle quali intere comunità sono rimaste, per periodi più o meni lunghi, privi del sacramento, in tempi di persecuzione o per mancanza di sacerdoti.

La prova e la fede

Proprio per la serietà della prova, alcuni dei nostri fedeli faranno di questo tempo un’occasione per rafforzare la fede: per questo noi preghiamo e ci adoperiamo con gli strumenti che abbiamo a disposizione.

In altri però – pochi o molti – si può insinuare un pensiero che mette in dubbio o indebolisce la fede, considerata alla fine irrilevante di fronte a problemi difficili e a sfide straordinarie come quelli che abbiamo dinanzi.

Insomma, agli occhi di qualcuno la fede sembra perdere di significato e di rilevanza, perché in realtà solo la medicina, la scienza, una efficiente organizzazione sociale risultano di aiuto in questi frangenti. Di qui la domanda, o il sospetto, che può sorgere: se la fede non è in grado di fare qualcosa e di dire una parola significativa per le situazioni limite della vita e della storia, come potrà illuminare l’esistenza ordinaria e la vita di ogni giorno?

La fase che attraversiamo è destinata a modificare la condizione spirituale di molti credenti, rafforzandone alcuni, ma mettendo in crisi altri, tentati appunto dall’idea di irrilevanza, se non di insignificanza, della fede cristiana.

Di fronte a questa eventualità dobbiamo maturare una coscienza all’altezza delle questioni e non limitarci a surrogare una pastorale per tempi ordinari. È difficile dire, ora, se questa sia una semplice parentesi, dopo la quale riprenderà tutto come prima, così come prevedere che cosa cambierà e come noi stessi saremo cambiati. In ogni caso, sarà opportuno interrogarsi: come accompagnare consapevolmente il processo di cambiamento, senza subirne supinamente il corso?

Nuovi orizzonti possibili

Vedo – in continuità con le comunicazioni precedenti – tre piste da seguire, per cercare risposte, rimanere vigili dentro il processo di trasformazione, assumere atteggiamenti corrispondenti adeguati.

Esse sono: la riscoperta di alcuni temi dimenticati in un orizzonte più compiuto della nostra fede, la valorizzazione delle relazioni come rete costitutiva di un tessuto ecclesiale capace di reggere al cambiamento e di guidarlo dall’interno, la capacità di accompagnare con segni concreti di solidarietà i drammi che, in questi frangenti, si consumano sotto i nostri occhi.

In primo luogo, abbiamo bisogno di attingere alle risorse della nostra fede nella loro integralità.

Senza panico e senza recriminazioni, dobbiamo lasciarci ispirare dal tempo liturgico di Quaresima e dal suo orientamento alla Pasqua di Cristo: chiamati a vivere al meglio la nostra condizione umana, nella solidarietà e nella fraternità, sperimentiamo il peccato e l’infedeltà che deturpano il volto delle persone e delle comunità umane, per riscoprire che abbiamo bisogno non solo di salute e di benessere, ma di vita nuova e di un cuore nuovo che solo il Crocifisso-Risorto può rigenerare in noi; non dobbiamo far altro che inserirci nel solco del suo cammino terreno orientato a una pienezza che, attraverso la croce, trasforma l’umano dall’interno e lo conduce verso la glorificazione in Dio.

Il segno di questa Quaresima spogliata di riti e di manifestazioni esteriori sta nella sua capacità di riportarci alle cose essenziali della nostra condizione e della nostra fede: la fragilità di fronte al male, il bisogno di reagire ad esso e di aiutarci per farlo, ma anche la potenza della morte e il bisogno di una salvezza che non si accontenta di guarire da una malattia, bensì annuncia e promette una vita piena dentro e oltre questa vita.

Questo deve diventare il momento per ridare vigore all’annuncio della risurrezione come senso del nostro cammino terreno e termine ultimo che trascende la nostra condizione temporale.

In questa prospettiva integrale, con la serenità gioiosa che è propria della speranza cristiana, non dobbiamo avere timore di annunciare la vita eterna, vera spinta e risorsa indispensabile fin da ora per una vita migliore, per una vita piena.

Risorse per lo spirito umano

Ci sta stretto il ruolo di consolatori e di risorsa morale per una società in affanno; noi abbiamo ambizioni più grandi, che abbracciano l’incoraggiamento e la collaborazione da infondere nelle nostre comunità civili, ma guardano e orientano verso una pienezza di vita – umana e divina, terrena ed eterna – che ci viene da Cristo risorto. Ne abbiamo bisogno noi, ne hanno diritto i nostri fedeli, ne attendono l’annuncio e la testimonianza tutti.

Con questa consapevolezza, tutte le risorse che stiamo utilizzando assumono un’altra profondità; e allora possiamo continuare a servirci di streaming e video, registrazioni e suono di campane, celebrazioni e preghiera liturgica trasmesse, devozioni e formule di preghiera le più diverse, catechesi e predicazioni, e altro ancora, sapendo che tutto, insomma, diventa risorsa di un annuncio autenticamente cristiano, capace di reggere il peso di questi giorni e di prepararci al dopo-epidemia.

Ad essere provato in questa fase è anche il tessuto delle nostre comunità ecclesiali, a rischio di dispersione e di smarrimento.

A questo scopo è necessario – insieme a tutte le forme di comunicazione, generaliste o per gruppi – prendersi cura delle relazioni personali. I fedeli vanno cercati uno per uno, con la discrezione necessaria ma anche con la cordialità e l’interessamento sincero.

In questo movimento di contatto personale devono essere coinvolti anche i collaboratori più stretti e i membri dei consigli, così da stendere una rete che copra l’intera comunità. È, questa, una circostanza propizia per far sentire a tutti il senso di un’appartenenza e di un legame più forti di ogni contrarietà e di ogni minaccia, mossi tutti come siamo dalla fede e dal desiderio di alimentare la certezza che il Signore è con noi, ci sostiene e ci aiuta, attraverso la comunità, ad affrontare le difficoltà presenti.

Grazie a questa rete viva, potranno emergere situazioni di disagio e di solitudine, o anche un senso di abbattimento e perfino di depressione che può colpire alcuni. È il kairós della “consolazione” cristiana. Il sentimento di prossimità e la disponibilità a farsi carico gli uni degli altri diventano fattori umanissimi ma potenti di una fede che realmente ed efficacemente crea comunità attorno al Signore.

Proprio in questa rete viva di comunicazione e di scambio sono destinate ad emergere le situazioni più gravi di indigenza e di bisogno di aiuto concreto.

Famiglie con malati e anziani in casa, famiglie con bambini e ragazzi bisognose di aiuto, famiglie senza alcuno che lavori e che le aiuti o persone sole in difficoltà: sono le situazioni ricorrenti in questi giorni più che in altri periodi. Siamo chiamati a farcene carico.

Il ruolo della Caritas

La Caritas diocesana è attrezzata per supportare le Caritas parrocchiali e le iniziative straordinarie che si intraprendono.

Un altro servizio importante è favorire la disponibilità di giovani maggiorenni a svolgere servizi di volontariato per la distribuzione di viveri nelle Caritas parrocchiali e di pasti nelle mense della Caritas, nonché per altre forme di collaborazione secondo quanto disposto e organizzato dalla Caritas diocesana.

Senza trascurare la cura per la propria e altrui salute, dobbiamo far sentire che il cuore della carità batte ancora più forte in questo tempo in cui non si saprebbe dire se sia più pressante il soccorso di beni materiali o il sostegno spirituale a quanti sono nella prova e a quanti ne sperimentano, con inquietudine continua, la prossimità.

E infine, ma sopra a tutto questo, la condizione degli infermi e dei malati gravi. Le comunità cristiane conoscono e sono già impegnate nel vasto campo dell’assistenza spirituale e talora materiale agli ammalati. Ma non possiamo respingere il dato che l’attuale pandemia ci mette di fronte e cioè di persone che, rescisse da tutti i legami familiari per fini di profilassi e di cura, affrontano nella solitudine assoluta il tempo sospeso e doloroso della “terapia intensiva”, e, purtroppo, nella medesima solitudine, l’agonia e la morte. Noi dobbiamo trovare il modo di rendere vicina la Speranza di cui siamo animati a questi nostri fratelli.

Ho voluto in questo modo condividere ancora con voi, cari confratelli, alcuni pensieri, preoccupazioni e indicazioni per questi giorni, che purtroppo sono ancora i primi di un periodo che potrebbe non essere brevissimo, perché possiamo viverlo nella maniera più consapevole e nella più grande comunione tra di noi e con tutta la Chiesa, che condivide una pandemia che ormai ha superato tutti i confini.

Rimaniamo uniti nella preghiera, nello scambio delle comunicazioni, nel desiderio di contribuire a fare di questo un periodo di crescita per la nostra fede e per il nostro essere Chiesa. Noi stessi non abbiamo timore a condividere le nostre difficoltà, anche personali, e ad aiutarci a vicenda.

Il Signore vi benedica.

Latina, 16 marzo 2020

 ✠ Mariano Crociata


profezia e responsabilitàIl vescovo di Noto, Antonio Staglianò, il 12 marzo scorso ha indirizzato ai presbiteri della sua diocesi una lettera, che viene qui ripresa e sintetizzata per SettimanaNews.

In essa si fa riferimento, fra le altre cose, alle occasioni pastorali e spirituali del digiuno eucaristico cui siamo costretti in questo tempo.

Diventa sempre più evidente come il Coronavirus costituisca un problema anche riguardo la stessa testimonianza della fede.

In questi ultimi giorni, nei quali il governo ha emanato norme sempre più restrittive in ordine alla salvaguardia della salute pubblica, anche la Chiesa ha recepito incondizionatamente quanto indicato, arrivando – come ben sapete – alla sofferta decisione di sospendere perfino le celebrazioni liturgiche con partecipazione di fedeli, onde evitare rischiosi assembramenti. Dinanzi a tale decisione si sono palesate molte perplessità, non solo da parte dei fedeli laici, ma anche di alcuni presbiteri.

A fronte delle pestilenze che sempre hanno cadenzato il corso della storia, la Chiesa non ha forse reagito ricorrendo maggiormente proprio al potere spirituale dei sacramenti, e a quello della santa eucarestia in particolare? E la stessa tradizione non ci riporta forse avvenimenti di cessazioni miracolose di pestilenze, magari a seguito di processioni votive dietro al Santissimo Sacramento? Che senso avrebbe, dunque, sospendere le celebrazioni eucaristiche e le liturgie pubbliche in generale, proprio nel momento presente nel quale c’è invece più bisogno? Non c’è il rischio, proprio da parte della Chiesa, di venir meno alla propria vocazione profetica?

Sembra, dunque, che l’adesione convinta al “principio di responsabilità” (Jonas), imponga la mancanza della “profezia della fede cristiana”.

Le opportunità irripetibili di questo tempo

Oltre al fatto che la storia delle epidemie smentisce tali obiezioni – basti ricordare, nel 1630, le norme precise date dal cardinale Borromeo ai presbiteri al fine proprio di evitare il diffondersi della peste – l’attenzione andrebbe spostata su come questo tempo di deserto e di digiuno possa rappresentare “un’occasione favorevole”.

Ciò che diventa più importante, in questo preciso frangente difficoltoso che ci tocca attraversare, è capire come la vita di fede e il nostro rapporto personale con il Signore Gesù non solo non vengono inficiati ma addirittura possono essere rafforzati, solo se ci sforziamo di cogliere le opportunità forse irripetibili che ci vengono offerte. Perciò ci chiediamo come, nelle condizioni stabilite dagli appelli alla responsabilità dell’autorità politica e civile, si possa creativamente testimoniare, con profezia, la fede cristiana, attraverso le opere di misericordia spirituale e corporale che la Chiesa cattolica ci consegna.

Il significato dell’eucaristia, oltre il cattolicesimo convenzionale

Oltre alla possibilità e alla raccomandazione, circa celebrazione eucaristica quotidiana «anche quando non è possibile che vi assistano i fedeli» (Presbyterorum ordinis, 13), mi soffermerei su un aspetto preciso: l’impossibilità per i fedeli di accedere alla comunione eucaristica in questo periodo potrebbe essere l’occasione per riscoprire il significato e il valore della stessa comunione, diminuiti e offuscati dalle pratiche spesso insulse di un certo cattolicesimo convenzionale, praticato come afferma Massimo Naro – da persone che «hanno spesso partecipato soltanto a delle mere “cerimonie”, seppur inscenate in chiesa, come si deve ammettere di certi sontuosi matrimoni, di certi funerali solenni, persino di certi battesimi, di certe prime comunioni, di certe cresime ed è meglio fermarsi qui».

Il valore del digiuno eucaristico

A tal proposito, sarebbe bene riproporre, per esempio, la spiritualità del cosiddetto “digiuno eucaristico”, così ben trattata da sant’Agostino e da San Bonaventura, e che tanta parte ha avuto nella vita di molti santi.

Tra l’altro, questa pratica si addice molto al tempo della Quaresima, in vista del venerdì santo. Così, per esempio, Joseph Ratzinger: «Già a partire dall’epoca apostolica il digiuno eucaristico del venerdì santo era frutto della spiritualità comunionale della Chiesa. Proprio la rinuncia alla comunione in uno dei giorni più santi dell’anno liturgico, trascorso senza messa e senza comunione ai fedeli, era un modo particolarmente profondo di partecipare alla passione del Signore: il lutto della sposa alla quale è tolto lo sposo (cf. Mc 2,20). Io penso che anche oggi un tale digiuno eucaristico, nel caso fosse determinato da riflessione e sofferenza, avrebbe un notevole significato in determinate occasioni, da ponderare con cura».

Potrebbe la pandemia del Coronavirus corrispondere a una di queste “occasioni da ponderare con cura”? Continua Ratzinger: «La rinuncia potrebbe veramente esprimere maggiore riverenza e amore al sacramento di una partecipazione materiale che si trova ad essere in contraddizione con la grandezza dell’evento. Un tale digiuno – che naturalmente non può essere arbitrario, ma deve ordinarsi all’ordinamento della Chiesa – potrebbe favorire un approfondimento del rapporto personale col Signore nel sacramento».

Possiamo riflettere meglio, dunque, sulla possibilità che viene offerta in questi giorni ai fedeli, proprio nella mancanza della comunione eucaristica, “favorire un approfondimento del rapporto personale con il Signore nel sacramento”?

La Chiesa e la “bellezza dell’essere corpo”

Ci sono inoltre circostanze favorevoli che possiamo cogliere in questi giorni nei quali assistiamo ad una evidente (e sofferta) cessazione di quella frenesia malsana che caratterizza negativamente la società contemporanea.

Sarebbe bello che ogni prete, in questi giorni che non richiedono particolare dedizione alle funzioni religiose in chiesa per i fedeli, potesse dedicare maggior tempo a prendersi cura dei propri confratelli; se, da una parte, infatti, il decreto governativo invita a evitare tutte quelle occasioni di socialità non strettamente necessarie, dall’altra parte, è chiaro che lo stare a casa comporta una riscoperta delle relazioni familiari più care. E la prima famiglia del presbitero è, come sappiamo, il presbiterio.

Se i fedeli non possono in questi giorni frequentare le celebrazioni in chiesa, possono riscoprire che esiste una “chiesa domestica”; la loro famiglia, che è luogo privilegiato per la loro santificazione, specialmente in questo momento, è Tempio della presenza di Dio. Si può certamente – a seconda delle circostanze e con le dovute cautele – mantenere le chiese aperte per qualche fugace visita al Santissimo Sacramento, ma soprattutto i fedeli laici, accompagnati dai presbiteri e dalla loro vicinanza, possono trovare forme e vie per la preghiera personale e, soprattutto, la lettura e meditazione della Parola di Dio.

Ricordiamo che la “bellezza della parrocchia” è il suo essere corpo della vicinanza di Gesù a tutti.

La Chiesa siamo tutti noi, se, nella forza che lo Spirito ci dona, siamo “pietre vive”. Prima di essere un “luogo”, la Chiesa è un “corpo”. In questo tempo di pandemia, la vitalità di questo corpo mistico si muove anche attraverso gli strumenti della tecnologia e i social, sui quali si moltiplicano messaggi, riflessioni, meditazioni, omelie e predicazioni che possono aiutare tutti, se fatti con la dovuta sobrietà.

Allo stesso tempo, però, vorrei ricordare che l’essere corpo di Cristo ci consegna alla verità insegnata da Gesù di Nazareth su Dio: in questa situazione di pandemia, Dio è vicino, compagno di strada sulla via del dolore, compassionevole e misericordioso; Egli chiede “empatia” verso i malati, perché anzitutto è Lui stesso un “Dio empatico”; perciò, nessuna malattia – come nessuna pestilenza o morbo o contagio – sono espressione della mano di un Dio castigatore o di un Dio vendicativo che punisce le colpe degli uomini, come invece – attraverso i social diversi preti e laici stanno propagandando, non senza un certo delirio di saccenza.

La profezia cristiana si esprime oggi nella responsabilità

Ogni strumento di vicinanza al popolo di Dio, da parte dei presbiteri, resta valido. Resta però fermo che la nostra profezia cristiana non si esprime per nulla nel contraddire le regole civili (sempre più ferree, benché momentanee, per riferimento all’emergenza congiunturale), come alcuni vanno dicendo, così “credendo di credere meglio degli altri”.

È, invece, tempo di responsabilità per tutti: condividiamo come cittadini la stessa sorte in questa pandemia e ognuno deve contribuire con i propri sacrifici. Semmai, la profezia della fede cristiana si manifesta nel fatto che tutto va letto alla luce del Vangelo, trasformando questa avversa condizione in un “tempo di grazia”, perché saremo capaci di cogliervi un appello di Dio all’autenticità della vita, alla coerenza della fede e all’amore cristiano.

Alla luce del Vangelo, nella mancanza del ritrovarsi “insieme”, finalmente potremo capire quanto è invece importante per noi il luogo fisico del culto e l’incontro corporeo tra noi e un Dio che si fa corpo, eucarestia e chiede di incontrarlo anche in altri “sacramenti”, quali i poveri, gli ammalati, i sofferenti, gli scartati, quelli che “vivono nel rovescio della storia”. Del resto, Gesù – che ha promesso ai suoi discepoli: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20) – è certamente con tutti noi anche in questo tempo di Coronavirus, e soltanto in Lui dobbiamo confidare.

Noto, 12 marzo 2020

✠ Antonio Staglianò


Emergenza socio-sanitaria e forme di vita cristiana
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