Dostoevskij: nel caos della vita reale

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Nel giorno bicentenario della nascita di Fjiodor Dostoevskij proponiamo alle nostre lettrici e lettori un’intervista a Federica Bergamino, professore associato di Antropologia e Letteratura nella Facoltà di Comunicazione Sociale della Università Santa Croce di Roma. La professoressa Bergamino è curatrice del volume Dostoevskij, abitare il mistero, EDUSC 2017.

  • Professoressa Bergamino, può dire come, nel suo percorso di ricerca, è arrivata ad occuparsi di Dostoevskij?

Sono filosofa e appassionata di letteratura. I miei studi e le mie ricerche sono sempre stati rivolti all’analisi della persona umana. Negli ultimi anni, grazie anche alla scoperta del ruolo dell’esperienza diretta per l’apprendimento, la letteratura è divenuta un ambito concreto di esplorazione in quanto sono convinta che aiuta a leggere l’essere umano in un modo complementare alla filosofia: non per astrazione bensì per esperienza, un’esperienza speciale, vicaria in qualche modo, ma realissima.

Cito sempre il collega – José García Noblejas – che, per la prima volta, mi ha aiutato a realizzare come ogni romanzo sia, in un certo modo, una persona; i personaggi sono le sue diverse parti, le sue esperienze, i suoi vissuti interiori ed esteriori.

Ho quindi creato la materia che attualmente insegno – Antropologia e Letteratura – nella quale accompagno gli studenti nella lettura dei romanzi, quindi nella scoperta dell’essere umano, nelle sue costanti universali e nelle differenze storiche e individuali. Questo è il contesto dei miei studi su Dostoevskij.

Il tratteggio delle figure
  • Può dire del volume che ha curato su Dostoevskij?

Il volume Dostoevskij, abitare il mistero, è la raccolta di una serie di conferenze svoltesi nell’anniversario centenario della rivoluzione in Russia. Con il Centro di ricerca della mia università – Poetica & Cristianesimo – ho pensato che sarebbe stato interessante vivere l’anniversario celebrando una figura di spicco del mondo culturale russo, scegliendo un autore in grado di parlare agli uomini e alle donne di tutto il mondo con un grande amore per la terra russa e per il popolo russo.

Abbiamo quindi invitato esperti studiosi di Dostoevskij soprattutto per approfondire lo speciale modo in cui Dostoevskij porta a toccare la realtà nella sua dimensione più profonda, fino al mistero.

Avevo già scritto su Dostoevskij, perché è un autore che si presta a esplorare diverse sfaccettature dell’essere umano, cogliendo in modo potente la sua apertura alla trascendenza.

Mi ha sempre affascinato il modo di Dostoevskij di tratteggiare figure – quali quella di Sonja in Delitto e castigo, di Alësa ne I fratelli Karamazov oppure del principe Myskin ne L’idiota – con un candore, una purezza e una gratuità tali da apparire “non di questo mondo”, accostandole poi a personaggi come Raskolnikov in Delitto e castigo con i suoi sensi colpa, oppure a Smerdiakov o Fjiodor Karamazov ne I fratelli Karamazov.

  • Si può parlare di un canone narrativo in Dostoevskij? Di necessità, la prego di soffermarsi sulle opere forse più lette e conosciute: Delitto e castigo e I fratelli Karamazov.

Non so se posso dire di rilevare un canone nei romanzi di Dostoevskij e in particolare da quelli da lei citati.

Sono stati scritti in epoche diverse: Delitto e castigo è stato pubblicato nel 1866, mentre le prime pubblicazioni de I fratelli Karamazov sono di più di dieci anni dopo, ossia nel 1879. Sono ovviamente due best seller dell’autore, forse i suoi due romanzi più letti al mondo, appunto.

Delitto e castigo è una sorta di romanzo psicologico: leggendolo, in molte parti, si viene trasportati nella mente di Raskolnikov. Sicuramente il tema dominante del romanzo è quello della colpa e quindi della necessità di espiazione della colpa. Ogni lettore è portato a confrontarsi con i ragionamenti di Raskolnikov, coi suoi stessi sensi di colpa, sino alla identificazione.

Trovo estremamente interessante il modo in cui Dostoevskij porta Raskolnikov a mutare interiormente dal momento in cui entra in contatto con la bontà di Sonja e quindi come questa relazione d’amore, a poco a poco, gli faccia maturare la necessità – sempre più impellente – di dichiarare la sua colpa che, altrimenti, nessuno avrebbe potuto mai scoprire o dimostrare.

I fratelli Karamazov costituiscono una sorta di metafora della vita, proposta attraverso una vera e propria saga familiare ove i personaggi e gli intrecci tra gli stessi sono molteplici. La narrazione è decisamente diversa rispetto a Delitto e castigo: ad esempio, non c’è un unico protagonista, bensì i protagonisti sono molti, come del resto nella vita reale. Ma anche ne I fratelli Karamazov c’è una figura che subito si distingue.

Se in Delitto e castigo è la figura di Sonja a stagliarsi con una luce particolare, ne I fratelli Karamazov è Alësa. Dostoevskij lo evidenzia sin dall’inizio del romanzo. È il suo “eroe”, ma la sua eroicità è del tutto diversa da quella classicamente intesa. Alësa è una sorta di mediatore, una figura che agisce quasi dietro le quinte.

Nella lettura antropologico-psicologica che propongo de I fratelli Karamazov l’emozione che risulta dominante – quella che muove “dal di dentro” i personaggi – non è tanto la colpa, quanto la vergogna.

La vergogna
  • Lei ha scritto che «Dostoevskij smaschera il moralismo della vergogna»: può spiegare che cosa intende per cultura o morale della vergogna, che lei peraltro distingue dalla cultura o dalla morale della colpa?

La distinzione tra la “cultura della vergogna” e la “cultura della colpa” è da attribuire a Ruth Benedict, un’antropologa americana che ha coniato tali definizioni nel suo libro degli anni ’40 The Chrysanthemum and the Sword. Patterns of Japanese Culture. In estrema sintesi, la Benedict rintraccia la cultura della colpa nella cultura occidentale, in cui, quando il soggetto commette un crimine – o sovviene a un certo codice di comportamento della sua religione o società –, prova interiormente rimorso e sente colpa, anche se il suo crimine non viene scoperto da nessuno.

Nella cultura della vergogna invece – individuata dalla Benedict nella cultura orientale e, nello specifico, nella cultura giapponese da lei studiata – il pensiero e l’agire morale della persona dipendono essenzialmente dal giudizio esterno alla persona stessa. Pertanto – in tale diverso contesto – la colpevolezza non è percepita nel rimorso interiore bensì nel biasimo della società.

Nella mia lettura interpretativa una cultura che ha il suo perno sulla vergogna genera una morale completamente rivolta all’esterno. Ciò che muove quindi il comportamento del soggetto, nel bene e nel male, è ciò che gli altri pensano di lui – o meglio – ciò che lui considera essere il pensiero degli altri su di sé.

La vergogna infatti è quell’emozione che nasce da uno sguardo interiore che è il giudizio negativo dell’altro su di sé. Ritengo che in tal caso si possa parlare di “moralismo”, ossia di quell’insieme di doveri formali – vuoti – a cui ci si assoggetta, non perché si vuole ma perché, in qualche modo, ci si adegua al mondo esterno. Ritengo che la nostra società occidentale attualmente si riconosca maggiormente in una cultura della vergogna piuttosto che della colpa.

  • Ove lei vede affiorare, dunque, la “vergogna” nell’opera di Dostoevskij?

Penso che la vergogna sia una delle emozioni più sperimentate dai personaggi di Dostoevskij: la troviamo, con espressioni diverse, in quasi tutte le sue opere. Ho studiato in particolare questa emozione ne I fratelli Karamazov e penso di aver trovato una chiave di lettura interessante dei membri della famiglia Karamazov, così come di altri personaggi, quali, ad esempio, Katherina nel suo rapporto con Dmitri Karamazov.

Nella famiglia Karamazov la vergogna si palesa fortemente nel padre Fjiodor, il quale si percepisce meschino, non all’altezza degli altri da cui è circondato: vergognandosi profondamente di fronte agli altri, per timore di essere ridicolizzato, esorcizza la vergogna trasformandosi in un buffone, ma, continuando a nascondersi nella farsa, perde il suo sé autentico, ed esorcizzando così la vergogna, si ritrova a vivere da svergognato.

 Il suo comportamento genera reazioni diverse nei suoi figli, sia di aggressività che di evitamento: emozioni che recano tuttavia, in radice, la stessa paura dello sguardo giudicante dell’altro.

Probabilmente anche il suicido di Smerdjakov ha il suo principio nel misconoscimento – quindi nel giudizio negativo – da parte di Ivan, l’unico che, tra i fratelli, è per lui un riferimento. Molti studi confermano la tesi che il suicidio in molti casi deriva da un intenso sentimento di vergogna, in grado di dar luogo a quella aggressività verso sé stessi che porta a nascondersi e quindi ad annullarsi anche fisicamente.

  • Come i personaggi di Dostoevskij escono – o non escono – dal senso di vergogna?

Ne I fratelli Karamazov c’è un personaggio che, pur provando la sua parte di vergogna, come risulta da qualche circostanza del romanzo, non si mostra succube della morale della vergogna, né viene dominato da tale sentimento: si tratta di Alësa. Alësa mantiene sostanzialmente – su di sé e sugli altri – uno sguardo non giudicante, benevolo, di totale accoglienza, soprattutto davanti al limite estremo e all’estremo dolore dell’altro.

La sua sola presenza – col suo sguardo limpido – ha un effetto benefico sui fratelli. Alësa assume il ruolo chiave del romanzo proprio a motivo di tale sguardo. Aiuta i fratelli a sanare, almeno in parte, le ferite paterne e a maturare quindi una diversa visione della vita. È il caso di Dmitrji che, provando un forte senso di ingiustizia, trova poi la strada della sua conversione interiore, così come di Ivan che, nella malattia, inizia il suo percorso di accettazione del reale.

  • Dalla vergogna al perdono: è questo l’approdo di Dostoevskij?

Ne I fratelli Karamazov Dostoevskij mostra che si esce dalla spirale della vergogna attraverso l’accettazione della realtà di sé stessi. Il processo non semplice che porta dalla vergogna al perdono passa dallo sguardo giudicante dell’altro che proietta il soggetto che sta sconnesso da sé alla connessione autentica con sé.

In molti casi il processo di connessione e accettazione di sé passa dal fatto che qualcun altro è capace di accettare, accogliere e perdonare il soggetto che si vergogna. Ne I fratelli Karamazov, tale processo tra i fratelli o tra alcuni di questi, avviene ad opera di Alësa.

Si può parlare quindi della presenza di figure ‘“ristiche” nelle opere di Dostoevskij?

A mio avviso, Sonja, il principe Myskin e Alësa sono in Dostoevskij, figure cristologiche, ossia figure che possiedono i tratti che le rendono, pur nel mondo, non di questo mondo. Sono persone benefiche perché cercano il bene dell’altro da sé, in maniera gratuita, pura, sino al sacrificio profondo di sé. Direi che questa manifestazione di bene è fortissima in Sonja e Miskin, figure in cui la percezione della dimensione ultraterrena è resa chiarissima dalla loro diversa e alternativa umanità. Mentre Alësa mostra anche la sua parte umana più debole, con dubbi e momenti di titubanza: perciò è forse la figura cristica più verosimilmente “umanizzata”.

Letteratura e fede
  • Come si avverte, secondo lei, la fede cristiana – nel caso ortodossa – nell’opera di Dostoevskij?

Penso che la letteratura di Dostoevskij sia permeata della sua fede, benché non risulti affatto un autore apologetico. Nei suoi romanzi, soprattutto ne I fratelli Karamazov, Dostoevskij trasmette il Cristianesimo in un modo, a mio parere, molto evidente. Basti pensare al finale, alla figura di Dmitrij che sentenzia: «la giustizia non è di questo mondo perché viene condannato un innocente». C’è poi la figura sacerdotale di Alësa, la conversione di Zosima, con l’importante ruolo svolto dal perdono.

Penso che la fede e la visione cristiana siano molto presenti, ma certamente non si tratta di una fede posticcia o predicatoria: è la fede di chi non teme di mettere in discussione, per certi versi, la stessa figura di Cristo – in particolare nella Leggenda del grande inquisitore – ovvero la fede che pone le grandi domande, specialmente sulla sofferenza degli innocenti. È cioè la fede di chi si confronta con tutti i dubbi del credente.

  • Qual è l’attualità di Dostoevskij? Perché raccomandarne la lettura?

A mio avviso Dostoevskij parla all’uomo contemporaneo in diversi modi e per diversi motivi. Ne elenco solo alcuni, quelli che ho personalmente più approfondito.

Da una parte, Dostoevskij scava nell’animo umano, nel dolore dell’uomo senza timore di tirarne fuori tutto il peggio. E ciò fa sicuramente breccia nel pessimismo di tutti o di molti di noi. Dall’altra, si fa percepire nella sua forte autenticità di scrittura, volta ad esplorare ogni essere umano attraverso sé stesso e la sua ricerca interiore.

Dal punto di vista antropologico, si può notare come lo stesso perdono arrivi solo nell’ultima sua opera. Raskolnikov, per esempio, non giunge mai a perdonarsi: il tema del perdono di sé, in Delitto e castigo, non è ancora presente: si parla di espiazione, non di perdono. Evidentemente espiazione e perdono hanno sensi profondamente diversi.

Invece ne I fratelli Karamazov il perdono è fortemente presente, sia nella storia di Zosima che di Gruschenka che di Dmitrij. Penso perciò che il perdono – e nello specifico il perdono di sé – sia qualcosa che lo stesso Dostoevskij è andato cercando e maturando nel suo percorso interiore. E tale ricerca e maturazione arrivano a noi nei suoi scritti.

Da ultimo vorrei sottolineare che la società contemporanea genera una serie di aspettative che favoriscono l’imperversare della morale della vergogna a cui ho accennato. Dostoevskij – succube di questa morale – se ne è liberato o ha cercato in tutti i modi di farlo – e le sue opere possono costituire un cammino da percorrere con lui verso questa liberazione, nella relazione con i suoi personaggi, attraverso quegli sguardi che liberano.

  • Perché dunque, in definitiva, abbiamo bisogno oggi di leggere e di rileggere Dostoevskij?

Perché calarci nella lettura dell’opera di Dostoevskij vuol dire calarsi nel caos della vita reale, magari senza capirci subito nulla. E tuttavia – continuando a leggere – si ha la sensazione di essere accompagnati da un essere umano autentico – innanzi tutto autentico con sé stesso –, quindi da un ottimo compagno di viaggio che non offre risposte facili e certe alle nostre domande, ma che semplicemente ci guida a districarle.

Sta a noi lettori scegliere. Dostoevskij ci lascia sempre liberi e quindi responsabili. Traccia dei sentieri da cui possiamo intravvedere ove si può arrivare, decidendoci in un modo, oppure in un altro.

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Un commento

  1. David 16 novembre 2021

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