La parrocchia… e il parroco? /3

di: Emanuele Sgarra

Emanuele SgarraDopo aver descritto la parrocchia come luogo di incontro e di comunione (cf. SettimanaNews, La parrocchia: scuola di comunione /1) e aver sottolineato tre dimensioni portanti dell’azione pastorale in parrocchia (la fede nella Parola, la cura degli adulti e l’attenzione/ascolto dei poveri, cf. SettimanaNews, La parrocchia, la Parola e i poveri /2), padre Emanuele Sgarra propone una sua riflessione sulla figura del parroco e sugli atteggiamenti che lo rendono “pastore”. Continua il dibattito sulla parrocchia avvitato da don Gigi Maistrello (cf. SettimanaNews 26 giugno e 1 luglio), e proseguito da Antonio Torresin (5 luglio), Claudio Galimberti (6 luglio), Stella Morra (8 luglio), Fabrizio Carletti (13 luglio).

Noi preti, addetti ai lavori, dovremmo sapere che la storia non è determinata solo dalla nostra intelligenza o dalla nostra capacità o dalle nostre strategie ma è piena di tante varianti. E una di queste si chiama Provvidenza che è come un piccolo seme piantato nel grande terreno del mondo. Un seme facilmente viene trascurato perché è piccolo, ma porta con sé la potenza di far nascere cose nuove, porta con sé vita, miracoli, spettacoli e frutti.

Pensare che il futuro e il destino della parrocchia dipenda da noi e che siamo noi a tenerla in piedi con i nostri impegni e con i nostri geniali cambiamenti… anche questo è clericalismo. Sottile, ma sempre brutto. Certo abbiamo una responsabilità, ma non tutto dipende da noi.

Nella vita e nella storia ci sono le varanti orizzontali e quelle verticali. Ci sono cose che non si decidono nei convegni (pur necessari), ci sono sorprese che non si possono prevedere a tavolino, ci sono fratelli che animati da un amore per Dio (che hanno ricevuto in una piccola parrocchia) esplodono in una creatività bellissima perché i loro occhi vedono, il loro cuore si apre, le loro orecchie sentono, la loro vita si muove. E ci sono anche oggi questi fratelli, preti, religiosi/e, laici, donne che hanno un cuore grande e hanno a cuore tutti.

Ci sono varianti verticali perché, mentre Israele piange in Egitto, un bimbo viene salvato dalle acque e, mentre Israele è impaurito di fronte ai filistei e a Golia, Dio suscita un ragazzino… e, mentre era notte, è apparsa una Luce e, per arrivare ai confini della terra, era già pronto un apostolo tirato fuori dalle file degli “avversari”. E, quando sembrava che tutto fosse finito e perso con la croce, si trova il rimedio a tutto e a tutti. Non sono mica male queste varianti verticali. E non sono finite.

Preti così

Per le nostre comunità parrocchiali abbiamo bisogno di pastori che sanno vedere oltre e lontano.
Che si lasciano trafiggere per primi il cuore e la vita dalla spada della Parola e dall’amore del Cielo.
Che perdano l’ossessione per se stessi e ritrovino la sensibilità per il pianto altrui.
Che non stiano a calcolare il tempo, né a vedere l’orologio.
Che siano disposti a farsi mangiare proprio come Uno che conosciamo.
Che abbiano a cuore tutti, a cominciare dagli ultimi proprio per non escludere nessuno.
Che si lascino disturbare sempre e da tutti.
Che vadano a cercare tutti proprio come Dio ha fatto subito e per sempre.
Che non si accontentino di novantanove pecore su cento, ma che non abbiano pace finché non ritrovino anche l’ultima.
Che non diano solo regole e divieti ma che portino pace e vera libertà.
Che sappiano indicare la meta e con pazienza ricalcolare il percorso tutte le volte proprio come un tomtom.
Che siano attenti alla fame, alla sete, alla nudità, alla mano tesa di chiunque, non pensando mai che queste sono cose secondarie.
Che sappia offrire sempre anche ciò che gli altri non sanno chiedere, ma che desiderano tanto.
Che sappia regalare momenti di semplice spensieratezza e offrire rapimenti ultraterreni.
Che non passi mai oltre e mai dall’altra parte quando incrocia un uomo, tantomeno se ferito.
Che sappia sempre qual è l’indirizzo del malato e non lo lasci solo. Che sappia piangere con chi piange.
Che sappia aspettare e trascinare. Stare insieme e andare avanti.
Che non perda mai di vista chi rimane indietro.
Che sappia avere una parola per lo sfiduciato e una carezza per chi è solo.
Che non si metta al di sopra degli altri ma che – come gli ricorda la parola con la quale viene definito “ministro” – sia disposto a stare sotto per sostenere chiunque.
Che non abbia timore a bussare e non abbia paura di aprire.
Che possa portare il profumo di Cristo e l’odore delle pecore.
Che sia disposto a lavare i piedi non solo il giovedì santo durante la liturgia.
Che gioisca quando qualcuno gli chiede di confessarsi.
Che quando celebra la messa o qualsiasi altro sacramento ci metta tanta di quella passione da contagiare.
Che non trattenga nulla di quanto gli passa nelle mani se non quello che gli basta per vivere.
Che sia disposto a fare anche le cose più umili.
Che non scansi la fatica e il lavoro come fossero malattie.
Che sappia riconoscere le pecore dai lupi e non abbandoni il gregge quando è minacciato.
Che sappia accettare le offese e sopportare l’ingratitudine.
Che abbia un bagaglio leggero per essere sempre pronto alle variabili verticali.
Che coltivi un’intimità con Dio che gli trasfiguri il volto come Mosè.
Che sappia riconoscere le orme del Risorto e il passaggio degli angeli.
Che sappia gioire di ogni piccolo traguardo dei suoi fedeli e dei suoi confratelli.
Che respinga la mondanità ma che ami il mondo.
Che non si ostini a fare da solo.
Che senta la gioia di andare a due a due e di lavorare insieme.
Che non creda mai di essere migliore degli altri.
Che si ricordi sempre che è stato generato in una comunità e che non si trova in nessun posto a nome suo.
Che sappia essere operatore di pace e costruttore di comunione.
Che non sia mai causa di divisioni.
Che sappia innamorare tutti alle cose belle.
Che risvegli la nostalgia che ogni uomo porta nel cuore del cielo.
Che, mentre conduce pian piano le pecore madri, cioè quelle che, per la loro generosità, sono stanche, si porti gli agnellini sul petto, cioè abbia cura dei piccoli e dei giovani, sappia stare con loro e si lasci contagiare dalla loro fantasia e dalla loro esuberanza.
Che sappia essere vicino a tutti e non sia estraneo a nessuno e distante da nemmeno uno, soprattutto se l’ultimo.
Che sappia essere talmente libero da essere pronto a lasciare tutto come la prima volta.
Che abbia fiducia nella provvidenza e non si lasci vincere dalla paura.
Che abbia una speranza nel cuore e corra spedito verso la meta.
Che sia contento di farsi popolo e non guardi nessuno dall’alto in basso.
Che faccia tutto per amore di Colui che l’ho ha amato.
Che gli scoppi nel cuore la gratitudine per la grande quantità di regali che riceve.
Che sappia inginocchiarsi davanti al tabernacolo e lo sappia fare anche davanti alla carne di Cristo nei fratelli.
Che sia uomo della Pasqua, dallo sguardo rivolto al Regno, verso cui sente che la storia umana cammina, nonostante i ritardi, le oscurità e le contraddizioni (papa Francesco).

Preti così ce ne sono. Forse non hanno tutte le qualità che agli occhi nostri sembrano necessarie e fondamentali, ma ce ne sono.

Dio e il piccolo “resto”

Sostieni SettimanaNews.itDiceva don Tonino Bello poco prima di diventare vescovo, in un intervento bello, appassionato e intelligente, a una settimana teologico-pastorale della diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca: «Vorrei rivolgermi ai parroci qui presenti. So bene, miei carissimi fratelli, per esperienza pastorale, che discorsi del genere, mentre esaltano i laici, a volte deprimono noi; ci lasciano sfiduciati; ci mozzano il coraggio; ci fanno quasi convincere che forse abbiamo sbagliato tutto. Io vorrei dirvi: “non è vero!”. Abbiate fiducia. L’amarezza che abbiamo accumulata o, le disillusioni che abbiamo mietuto, la poesia che abbiamo perso lungo la strada… non sono motivi sufficienti per deprimerci. La nostra croce e la carretta che dobbiamo tirare. Un nostro famosissimo collega, don Primo Mazzolari, scriveva: “Pesa la croce, pesa la carretta, ma che te ne importa del peso? Forse il Maestro ha pesato la croce prima di abbracciarla? Se c’è da portare, ma c’è di mezzo il cuore, l’amore s’attacca sotto senza badare né al carico né alla strada”. Ebbene, io credo che sono stati tali e sono tali l’amore e la generosità della vostra vita, che non ci sono motivi sufficienti per scoraggiarsi, né un metodo sbagliato, né un’impostazione pastorale sorpassata, né la percezione che il mondo ha forse bisogno di ben altro che della nostra poverissima missione. Anche Mosè ha percepito l’inutilità della sua opera».

Non voglio dire e concludere, ingenuamente, che tutto va bene ma, per una volta, voglio ricordarmi che il bene è seminato già. Che la nostra povera storia è gravida anche di cose belle e di semi che sottoterra stanno già morendo per offrire raccolti nuovi. Non voglio mettere la testa nella sabbia, ma voglio alzarla una volta verso il cielo e continuare a credere che Dio sta già operando, con il suo modo nascosto e lento, e sta già preparando le sue mosse.

Noi facciamo bene a riflettere, a rivedere, a ragionare anche se qualche volta sarebbe bene affacciarsi alla finestra e vedere se “fuori” sta accadendo qualcosa di nuovo, se qualche mandorlo è in fiore. Certo che dobbiamo vedere tutto quello che possiamo fare, ma per un attimo lasciatemi credere che, al di là dei nostri piani, qualcosa si sta muovendo già. E noi non riusciamo né a vederlo, né ad immaginarlo. «Questo nostro povero mondo materialista e calcolatore non può essere salvato sul piano del calcolo e della quantità. Dio ha sempre scelto le cose che non sono per confondere quelle che credono di essere; gli ignoranti per confondere i sapienti; i folli per confondere i prudenti; i poveri per confondere i ricchi» (Mazzolari).

Non dobbiamo agitarci tanto o entrare nel panico. Dio ha sempre messo insieme un popolo, spesso piccolo e insignificante, e con questa piccola comunità ha operato e agito. Forse la parrocchia scomparirà (dopo tutto è vecchia sì, ma non è esistita da sempre), ma Dio sa fare grandi cose con il “resto”. E io lo voglio credere.

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Un commento

  1. Giovanni 11 agosto 2017

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