Covid e sacramenti/2: La confessione

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Mentre ogni giorno seguiamo i notiziari per conoscere l’andamento del Covid, la prassi pastorale si trova di nuovo sospesa o, quantomeno, vive di una costante incertezza. Come ha detto Theobald: «Nei momenti in cui la ritualità è risultata mortificata, la Parola di Dio non è rimasta incatenata».

Tra le pratiche pastorali “mortificate” sono proprio i riti – e quindi i sacramenti – ad essere stati messi in lockdown. Meriterebbe domandarsi se in questo tempo abbiamo imparato a «vivere di ogni parola che esce dalla bocca di Dio», ma merita anche riflettere che ne è dei sacramenti, di quei riti “mortificati” mediante i quali la vita cristiana si trasmette, si genera e si rigenera.

Provo a farlo proprio interrogando i sacramenti a partire da questa altalena che stiamo vivendo tra sospensione, ripresa e nuova sospensione.

Non ho iniziato dal sacramento princeps analogatum che è l’eucaristia che lascerei per ultimo, anche perché fin troppo se n’è parlato quasi a perseguire quel trend che vede assorbire nell’eucaristia ogni altra pratica e ogni altro sacramento. Ho iniziato parlando dei sacramenti dell’iniziazione, in particolare delle prime comunioni e delle cresime.

I devoti

Ora tocca al sacramento della riconciliazione, un sacramento che già palesava uno stato di crisi che viene da lontano. Non mi cimento in una ricostruzione storica della crisi, e mi limito a osservare che già prima della pandemia potevamo ricondurre i credenti (pochi) che si avvicinavano a questo sacramento grossomodo in tre tipologie.

C’erano i credenti devoti, figli di una tradizione che aveva promosso una confessione frequente, istituendo un legame – di per sé non così pertinente – tra confessione e ogni singola eucaristia per cui ancora accade che qualcuno non si accosta all’eucaristia se non si è confessato. Questa tipologia vive la confessione più come una devozione, spesso senza sapere che cosa dire – ovvero con una coscienza incerta – e non raramente con un carico di scrupolosità esagerato.

Ricordo una donna molto anziana, che ogni settimana voleva confessare peccati – ovviamente di natura sessuale del tutto improbabili – con un carico di ansia insieme irritante e che suscitava una certa tenerezza. Ma senza arrivare a questi estremi, sono molte le persone che si confessavano per devozione e senza una coscienza precisa del peccato.

Con il tempo ho imparato ad avere pazienza e tenerezza per questi credenti – soprattutto donne – che portano il peso di un’educazione soffocante e incline al controllo delle coscienze. Ho imparato che qualche volta chiedevano solo di avere udienza, di essere accolte e non giudicate. Quella forma del sacramento mi pare come una carezza, una benedizione, che non si nega a nessuno.

Ebbene, che ne è stato di queste confessioni? Da una parte, durante il lockdown, non era possibile confessare, e le indicazioni di compiere un atto di contrizione, di dire l’atto di dolore, hanno in qualche modo supplito il sacramento stesso – che quindi non era per nulla necessario anche prima!

Alla prima timida e parziale ripresa delle celebrazioni, qualcuno chiedeva: «Mi posso confessare? Non sono venuta a messa per diversi mesi». Come se fosse un peccato non aver partecipato a una celebrazione a cui non si poteva accedere! Ma in questo caso ho capito che quello che chiedevano era, appunto, una semplice carezza, una benedizione che consolasse un cuore incerto.

Qualche confratello, in occasione delle commemorazioni dei defunti, ha sostituito il rito delle confessioni individuali comunitarie con una celebrazione che, riprendendo uno stile monastico, ha dato l’assoluzione (con un segno di croce, che in fondo è una semplice benedizione) senza l’accusa dei peccati esplicita e individuale. Forse non è del tutto lecita, ma mi sembra una prassi più comprensibile di chi ha proposto “indulgenze plenarie” da estendere per tutto il mese di novembre, in un linguaggio che credo sia del tutto incomprensibile all’uomo e alla donna contemporanei.

Una forma simile – una benedizione, un segno di croce a chi, in fila come i monaci davanti all’abbà, consegna in silenzio i pensieri del cuore – già da anni nella mia parrocchia avevamo provato a celebrarla al posto delle celebrazioni comunitarie della penitenza. Credo che sia una strada da percorrere: non insistere su una confessione frequente, ma disporre di riti e di momenti nei quali tenere vivo uno spirito di penitenza, una consapevolezza della propria fragilità da affidare al Signore. Dal rito che viviamo all’inizio di ogni eucaristia, alla richiesta di perdono nella preghiera serale, fino appunto a dei momenti celebrativi comunitari nei quali invochiamo la misericordia e la benedizione con il cuore contrito.

Non serve che sia sempre e solo la confessione auricolare propriamente detta. Così, nel dopo lockdown, ho benedetto tante persone perché semplicemente riprendessero ad avvicinarsi all’eucaristia senza paura. La confessione di devozione sembra la prima ad essere prosciugata dalla pausa pandemica, ma forse ci costringe a pensare a modi diversi di coltivare uno spirito di penitenza, un cuore contrito.

I “ricomincianti”

Una seconda tipologia di confessandi erano quelli che chiamerei i “ricomincianti”. Non solo nel senso proprio di chi si riavvicina alla pratica dopo un lungo periodo di allontanamento, ma anche di chi, nel proprio cammino spirituale, vive momenti in cui provare a ripartire, dopo un tempo di fatica, dopo momenti di dispersione, dopo l’estate…

Devo dire che questa tipologia mi ha aiutato a percepire il sacramento della riconciliazione come il sacramento della porta: un segno di grazia che dice un passaggio, un cambio di passo, una ripartenza.

Dopo il primo lockdown, qualcuno la confessione l’ha vissuta così: il segno che si poteva e si doveva vivere un nuovo inizio, un momento di passaggio, in cui rileggere quello che si è vissuto e prepararsi ad un nuovo passo. Non sono state molte le confessioni di questo genere, vissute magari sul sagrato, all’aperto, con le mascherine… ma non sono state banali.

Gli accompagnati

Infine, la terza tipologia erano quelli che vivevano la confessione all’interno di un cammino di accompagnamento spirituale. Qui spesso la confessione sconfina appunto con l’accompagnamento e con momenti di discernimento. So bene che occorrerebbe distinguere i momenti, ma di fatto è così: la confessione è un modo di vivere l’accompagnamento spirituale.

Questi percorsi hanno trovato nel lockdown modi anche diversi di continuare, con una telefonata, uno scritto… poi magari l’incontro personale e il momento sacramentale hanno semplicemente sancito un percorso che si era dipanato nel tempo in modalità diverse.

Anche in questo caso la pandemia può essere un’occasione: il modo con cui camminare insieme, vivere momenti di colloquio spirituale, di discernimento, possono essere molti e altri rispetto al sacramento. Questo, al limite, diventa un momento che suggella un discernimento, che lo mette nelle mani di Dio, che consegna la propria fragilità e incertezza nelle scelte e nelle decisioni perché la grazia porti a compimento l’opera.

Che dire: si confessa di meno, ma forse quello che rimane vale di più.

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3 Commenti

  1. don Giovanni Giavini, Milano, giavinigiovanni@libero.it 10 dicembre 2020
  2. FRANCO GALLINGANI 9 dicembre 2020
  3. Turani Giuseppe 3 dicembre 2020

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