La Pasqua di Bose

di:

enzo bianchi

Da più parti è stato denunciato il silenzio degli ambienti ecclesiastici e monastici circa il vissuto del Monastero di Bose in questi mesi e in questi ultimi giorni. Più che un silenzio di disinteresse, è un silenzio di rispetto per il travaglio che i fratelli e le sorelle della comunità di Bose stanno vivendo: dal primo fratello che ne fu l’ispiratore all’ultima novizia.

Il rispetto silenzioso degli ambienti monastici non equivale all’assenza di una parola di fraternità e di sostegno nella prova. È l’espressione della discrezione e dell’intimità dovute al sentirsi parte di quell’Ordine monastico che è ben più ampio delle figure giuridiche. La scelta monastica che ci accomuna è trasversale non solo alle varie Osservanze, ma pure alle Confessioni cristiane e alle diverse Religioni. Proprio a Bose questa «universitas monastica» è stata particolarmente coltivata e condivisa. Come monaco mi sembra di intuire cosa stia avvenendo e mi verrebbe anche da dargli un nome preciso, semplice e impegnativo: la Pasqua di Bose.

Il tempo della chiarificazione

Un passaggio fatto di purificazione e di chiarificazione che molte comunità – si potrebbe dire tutte – prima o poi devono vivere, accettando di pagare il prezzo di umiliazione e di rivelazione che comporta. Non meraviglia quello che sta succedendo e deve succedere, come non può meravigliare la sofferenza di un parto il cui momento arriva: atteso e sorprendente al contempo.

Il dono di un carisma, se passa attraverso una persona, non può che effondersi in una comunità fino a trascendere il fondamento nella costruzione. Per questo la gratitudine non può che essere reciproca e sofferta. Se è vero che quanti si uniscono a un’avventura spirituale devono essere grati per chi ne ha permesso il fragile inizio con passione e dedizione, nondimeno chi è stato riconosciuto come ispiratore non dovrà mai dimenticare il debito con quanti gli hanno dato credito.

Sono di più i fondatori che non hanno avuto un seguito, di quelli che hanno potuto veder germogliare e fruttificare una propria intuizione di vita. Ciò che è essenziale in una fondazione è il riconoscimento esistenziale dei discepoli e la conferma da parte della Chiesa. È per questo che a scrivere la vita di Antonio del Deserto è il vescovo Atanasio e quella di Benedetto il papa Gregorio Magno.

Discernere e autenticare ogni carisma

A Bose è Pasqua in questo tempo di prova! È il tempo di una chiarificazione necessaria ed inevitabile tra la giusta complessità di ogni vita, come pure di quella monastica, e l’ambiguità che pure tocca ogni umana esistenza personale e comunitaria. Ciò che è stato evocato a tinte forti è proprio questo stato liminale della realtà di Bose, con un possibile fraintendimento tra laicità del monachesimo e impossibile secolarità di ogni forma di monachesimo anche non cristiano.

La giusta desacralizzazione intuita e voluta dal Concilio Vaticano II non può essere confusa con la secolarizzazione. Profezia di questo movimento di desacralizzazione, in vista di una evangelizzazione della vita cristiana e monastica, Bose è chiamata a vivere ora il tempo della chiarificazione con tutta la fatica che ciò comporta a livello intellettuale ed esistenziale.

L’assunzione di forme e linguaggio precisamente monastici, come pure la frequentazione della tradizione letteraria e testimoniale, non può non creare una tensione interiore e comunitaria che esige attenzioni. Aver scelto di passare da essere una «fraternità» ad essere una «fraternità monastica» per diventare il «monastero di Bose» ha il suo prezzo in termini di rigore come pure di rinuncia.

I fratelli e le sorelle di Bose hanno intrapreso questo cammino su stimolo del loro ispiratore, ma, naturalmente, si sono trovati davanti a una sfida ben più grande. Davanti alle difficoltà hanno ricevuto aiuto proprio da quella Chiesa che ha il compito di discernere e autenticare ogni carisma, perché non sia mai un’illusione oppure la proiezione di un bisogno esterno.

Il Salvatore, anche dei monaci

L’atmosfera di umanità e di convivialità evocata con nostalgia da molti che a Bose hanno vissuto momenti indimenticabili è uno dei frutti più gustosi di questa esperienza. Ma questo è solo la minima parte di un’esperienza di intimità e di combattimento dei fratelli e sorelle della comunità, chiamati a misurarsi con le esigenze della vita monastica scelta e professata.

Il servizio di ospitalità, nel senso più ampio proprio della vita monastica, avviene alla «porta» del monastero come espressione di diaconia, ma non può mai sovrapporsi all’intimità inviolabile di una vita comune. Le esigenze ascetiche cui i fratelli e le sorelle hanno voluto rispondere con la loro scelta di vita è un laboratorio ben più importante di quello che può essere «servito ai tavoli» dei commensali di questa esperienza.

Alcuni di costoro riconoscono di non aver alcun interesse per l’aspetto monastico. Contrapporre il Vangelo con la vita monastica o sognare una vita monastica più evangelica di altre è rischioso. Se c’è una forma di vita che fa a pugni con il Vangelo è proprio quella monastica con le sue esigenze ascetiche, regolamentate e di discrezione se non persino di separazione. Nondimeno, la fede pasquale ci fa riconoscere in Cristo Signore il Salvatore del mondo che salva anche i monaci e le monache nel loro particolare modo di abitare il mondo e soprattutto le relazioni.

Questo vale anche per Bose in quanto realtà che si è voluta monastica e i cui fratelli e sorelle hanno bisogno di riconoscersi ed essere riconosciuti a partire dal desiderio espresso nella loro consacrazione a Dio in seno a una comunità.

Il meglio davanti

Il meglio è sempre davanti a noi perché si tratta del «domani di Dio».[1] Penso e spero che il meglio sia davanti e non dietro ai fratelli e alle sorelle di Bose che hanno preso il mantello di chi li ha preceduti.

Come Elia è sempre necessario salire volentieri sul «carro di fuoco» non della dimenticanza, ma dell’irrilevanza. L’irrilevanza è la corona di ogni vocazione monastica. La promessa che rimane ai fratelli e alle sorelle di Bose, a cominciare dall’ispiratore, è quella del Signore ai suoi discepoli: «Chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre» (Gv 14, 12).

Fratel MichaelDavide, osb (www.lavisitation.it)

vetrata


[1] Papa Francesco, Omelia nel monastero delle Camaldolesi di Roma, 21 novembre 2013.

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18 Commenti

  1. francesco zanchini 24 febbraio 2021
  2. Giovanni R. 22 febbraio 2021
  3. Lorenzo M. 20 febbraio 2021
  4. Guglielmo 20 febbraio 2021
    • Alessandra 23 febbraio 2021
      • francesco zanchini 24 febbraio 2021
  5. Barbara 20 febbraio 2021
    • Guglielmo 20 febbraio 2021
      • Barbara 24 febbraio 2021
  6. Gregorio Narboni 20 febbraio 2021
    • fr Luigi 20 febbraio 2021
  7. Cristina 19 febbraio 2021
  8. Fabrizio Mastrofini 19 febbraio 2021
    • Cesare Pavesio 20 febbraio 2021
  9. Cesare Pavesio 19 febbraio 2021
  10. fr Luigi 19 febbraio 2021
  11. Alfredo Bianco 18 febbraio 2021
    • Guglielmo 20 febbraio 2021

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