“Riattivare” papa Francesco

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Il gruppo dei cosiddetti «Nipoti di Maritain» è una sorta di collettivo di giovani studenti e studiosi di storia e teologia «aperti al personalismo cristiano e all’idea di una Chiesa meno arroccata in sé stessa, rispettosi del Magistero e fedeli al papa regnante, ma desiderosi di spingere un po’ più in là la riflessione su come si stia insieme come Popolo di Dio». Nel 2021 il collettivo ha pubblicato un primo volume sul Gesù Storico, l’anno scorso su Paolo di Tarso e quest’anno si è occupato di Papa Francesco a un anno dalla sua scomparsa. Tre curatori «scelti» nella redazione di «Nipoti» (Piotr Zygulski, Andrea Bosio e Lucandrea Massaro) hanno lavorato al volume Riattivare papa Francesco (Effatà Editrice, 2026) con l’intenzione di valutare – grazie al contributo di tanti teologi italiani e internazionali – cosa ha «funzionato» e cosa no del pontificato concluso un anno fa. Riprendiamo di seguito l’Editoriale dei tre curatori.

copertina

È passato un anno dalla fine del pontificato di Jorge Mario Bergoglio ed è un tempo insufficiente per poterne tracciare un profilo con gli strumenti del metodo storico. Raccontare vicende e personaggi contemporanei è una sfida più impegnativa rispetto a quanto sarà in mano ai posteri; su questo, concordiamo con l’Eric Hobsbawm del Secolo breve che non si possa «raccontare l’età della propria vita allo stesso modo in cui si può (e si deve) scrivere la storia di periodi conosciuti solo […] attraverso le fonti dell’epoca e le opere degli storici successivi». Abbiamo provato a fare nostra questa lezione, sia nel pianificare il volume, sia nel camminare con i molti autori che si sono impegnati ad arricchirne le pagine.

Con Riattivare il Gesù storico (2021) abbiamo voluto diffondere al grande pubblico le acquisizioni accademiche sull’ebreo di Nazaret e con Riattivare Paolo di Tarso (2025) abbiamo promosso un aggiornamento degli studi paolini nostrani alla recente prospettiva within Judaism, rileggendo l’Apostolo delle genti – anch’egli, come Gesù, ebreo per sempre – nel suo contesto vitale: il giudaismo del Secondo Tempio. Ma, se da Gesù e Paolo ci separano due millenni di interpretazioni, controversie e teologie che rendono più comprensibile l’esigenza di una loro riattivazione, lo stesso non si può certamente dire per papa Francesco, che ci ha lasciato da poco.

Perché riattivare proprio papa Francesco? L’idea di un volume sul penultimo vescovo di Roma è balenata il giorno stesso dei funerali all’interno della redazione di Nipoti di Maritain che – avendo a cuore il cattolicesimo sociale, il personalismo e l’attualità ecclesiale – è stata interrogata moltissimo dal recente pontificato di Bergoglio. La proposta ha immediatamente incontrato il favore degli amici di Effatà, l’editrice che da svariati anni ormai cura l’impaginazione e la pubblicazione della nostra rivista. Ma perché già riattivarlo? Non è troppo presto? Anche noi avevamo il timore di pronunciare prematuramente un verbo così impegnativo, quindi ci siamo confrontati su possibili alternative.

Eppure, con il delinearsi della proposta e con il sostegno di chi ha collaborato al volume, ci siamo convinti che riattivare fosse proprio il termine giusto, e non solo per dare continuità alle nostre monografie. Troppe voci hanno infatti insistito per rimarcare la discontinuità tra Leone XIV e Francesco, espressione di un auspicio – da parte di alcune frange – di archiviare il pontificato di Bergoglio come una parentesi estemporanea, l’eccezione senza mozzetta rossa, un mal sopportato intervallo tanguero, esclusivamente “pastorale”; aggettivo, questo, sottolineato anche per il Concilio Vaticano II da chi non intende accettarne i cambiamenti dottrinali. Scusandoci per l’interruzione, adesso si tornerebbe a fare sul serio. Caso archiviato.

Di qui l’esigenza di riattivare, anche per non imbalsamare Francesco. Questo numero non vuole essere un’agiografia: lo abbiamo dichiarato sin dalla call for papers, alla quale molti hanno risposto con entusiasmo.

Per questo intendiamo portare alla luce tanto gli aspetti profetici da rilanciare, quanto le incertezze e le contraddizioni che hanno segnato i dodici anni del pontificato del vescovo gesuita venuto dall’Argentina.

Consapevoli del rischio di mitizzare o canonizzare anzitempo Bergoglio e Francesco, narrando esclusivamente ciò che abbiamo apprezzato, i nostri autori ci aiutano anche a esplicitare i limiti del pontificato.

Imbalsamazioni e canonizzazioni, del resto, vanno di pari passo, e sono i mezzi ecclesiali più frequenti per disattivare la profetica poliedricità di un cristiano.

La genesi della presente pubblicazione ha messo in discussione molte delle costruzioni che ci eravamo dati. Francesco è stato per molti di noi il Papa della giovinezza diventata adulta e dell’impegno ecclesiale, talvolta vissuto per la prima volta, talvolta riscoperto dopo periodi di silenzio e orante attesa. Ma è stato anche, per il mondo intero, il Papa del cambiamento d’epoca, l’uomo che ha impresso un marchio a un decennio in cui molte delle quiete convinzioni in cui eravamo cresciuti – in cui ci siamo cullati – hanno cessato di esistere o si sono profondamente trasformate. La franchezza che attendevamo ha risuonato nelle parole che egli ha rivolto alla Curia romana il 21 dicembre 2019:

«Capita spesso di vivere il cambiamento limitandosi a indossare un nuovo vestito, e poi rimanere in realtà come si era prima. Rammento l’espressione enigmatica, che si legge in un famoso romanzo italiano: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi” (ne Il Gattopardo, di Giuseppe Tomasi di Lampedusa). L’atteggiamento sano è piuttosto quello di lasciarsi interrogare dalle sfide del tempo presente e di coglierle con le virtù del discernimento, della parresia e della hypomoné. Il cambiamento, in questo caso, assumerebbe tutt’altro aspetto: da elemento di contorno, da contesto o da pretesto, da paesaggio esterno… diventerebbe sempre più umano, e anche più cristiano. Sarebbe sempre un cambiamento esterno, ma compiuto a partire dal centro stesso dell’uomo, cioè una conversione antropologica».

Siamo consapevoli di essere «in uno di quei momenti nei quali i cambiamenti non sono più lineari, bensì epocali; costituiscono delle scelte che trasformano velocemente» ogni aspetto della società. Il pontificato di Francesco è stato parte integrante e integrale di questo cambiamento, ma rimane anche, una volta concluso, una bussola per orientarci. La prima coordinata che contraddistingue il nostro volume è la processualità. Come usava dire Francesco, occorre avviare processi, non occupare spazi.

Non saremo noi a dire l’ultima parola sul pontificato di Bergoglio. Tutt’altro. Adesso, mentre si deposita la polvere, sarà possibile farne un bilancio più equo, al contempo lasciando a Leone lo spazio che merita; sarà, in fondo, la sua azione di vescovo di Roma a determinare cosa del suo predecessore resterà maggiormente.

Come con il nostro caro Jacques Maritain, del quale osiamo dirci indegni nipoti, ci sentiamo custodi di un giardino che ha ancora molte stagioni davanti, più che archeologi interessati a un passato concluso o architetti di un futuro di nostra esclusiva proprietà. Anche per questo, teniamo a ribadire come il pontificato di Bergoglio abbia coltivato la continuità dei processi già avviati, con il magistero pontificio che, in questi anni, ha pronunciato parole importanti su pena di morte e proprietà privata; se, da una parte, si è giunti alla consapevolezza dell’assoluta anti-evangelicità della pena capitale, senza esclusioni, dall’altra è stato ribadito come la proprietà sia un diritto importante, sì, ma secondario, muovendosi in entrambi i campi nello sviluppo lineare di quanto è stato affermato dai predecessori.

Una seconda lettura cui abbiamo tenuto molto è quella degli ultimi, fulcro del pontificato di Francesco, ma anzitutto del Vangelo. Bergoglio l’ha posta nel cuore già con la scelta del nome e, appena due giorni dopo l’elezione, aveva raccontato del suo desiderio di una Chiesa povera e per i poveri.

Questo passaggio ha un profumo latino-americano: sottotraccia, si scorge la certezza che il processo storico di liberazione del Popolo di Dio, a partire dai suoi margini, non può essere separato dal discorso su Dio, come diceva Gustavo Gutiérrez.

Ma questa apertura è stata anche vitalizzata da una lunga – e tutt’altro che conclusa – riflessione sul ruolo delle donne e delle minoranze nella Chiesa.

Un terzo punto, anche questo non conclusivo, è quasi il naturale svolgersi dei precedenti: la sinodalità è una delle eredità più solide e feconde del pontificato di Francesco. Ci sono acquisizioni dalle quali non vi è ritorno, se non a costo di pesanti sconfessioni: l’avvio dei cammini sinodali e la parresia che è stata chiesta alle persone coinvolte – non solo vescovi e preti, anzi – rimangono un solido passo che avanza ben oltre la soglia dell’avvio dei processi, ma ne sostanzia una parte iniziale del cammino.

Anche la suddivisione del volume è frutto di un processo condiviso che parte dall’ascolto di un dato di realtà. Ci è sembrato infatti che gli articoli pervenuti tendessero spontaneamente a gravitare verso alcune parole chiave. Cogliendo anche interessanti rimandi interni che rendono possibile una certa contaminazione tra i contributi, ciascun termine nella sua porosità è una possibile finestra per raccontare papa Francesco.

La narrazione del pontificato apre il percorso. Come ogni racconto, comincia all’alba: è quella che Antonello Carvigiani percorre per ricostruire il clima del conclave del 2013, segnato dagli scandali che affliggevano la Chiesa cattolica ma pure dal discorso del cardinal Bergoglio alle Congregazioni generali, con il suo invito a uscire dall’autoreferenzialità per andare incontro alle periferie geografiche ed esistenziali. Riecheggiando quell’intervento che “condannò” il gesuita argentino al pontificato, è di Franco Ferrari la riflessione attorno alla consapevolezza che la Chiesa non può non essere sinodale.

Francesco ha promosso la sinodalità quale conversione del modo di essere Chiesa – Popolo di Dio in cammino, come già proclamava la Lumen gentium – e privilegiando l’inaugurazione di processi piuttosto che l’occupazione di spazi di potere. Ascoltiamo quindi Teresa Forcades, che, attraverso i documenti del magistero di Francesco, ne ripercorre i tratti fondamentali – centralità della misericordia, della tenerezza e della gioia nell’annuncio cristiano, riforma ecclesiale sinodale, denuncia di rigidità clericali e di un’economia che uccide, attenzione agli scartati ed ecologia integrale – rilevandone alcune battute d’arresto. Con Carlo Pizzocaro si esplicitano le domande sui principali limiti del pontificato: svariate intuizioni hanno incontrato mancate realizzazioni o si fondano su istanze ancora traballanti; ma proprio i limiti sono una provocazione per rendere effettiva, senza forzature ideologiche, la sinodalità. La sezione culmina con il saggio di Vincenzo Rosito, che della processualità – quasi a rispondere a Pizzocaro – fa una chiave di lettura della svolta bergogliana.

La Chiesa apprende quando presta attenzione nel camminare insieme, aggiustandosi nel dinamismo della realtà, laddove, di fronte a una pluralità di significati possibili, ogni soggetto apporta improvvisazioni nel quadro di una tessitura collettiva. La processualità agisce pertanto come linguaggio per narrare l’esperienza ecclesiale.

Proprio ai linguaggi è dedicata la sezione successiva. Si comincia con quello dei gesti di Francesco e con il loro impatto, che nell’analisi di Alessandro Raso incarnano un vero magistero, radicato nell’arte dell’accompagnamento di Gesù, maestro di improvvisazione:

l’abbraccio, il toccare e il protendersi del corpo del pontefice verso gli emarginati sono un lessico efficace per annunciare la vicinanza di Dio. Al linguaggio delle arti è dedicato l’articolo di Luca Bernardini, che sottolinea la portata storica della visita alla Biennale di Venezia: la scelta di allestire il Padiglione della Santa Sede in un carcere femminile unisce arte, marginalità e spiritualità, nella cura reciproca tra detenute e visitatori.

Anche Bernardini parla di un magistero implicito: Francesco valorizzava gli aspetti etici e sociali dell’esperienza artistica, vista come trasformativa, risanante e profetica. Altri tre contributi sondano le radici culturali, letterarie e poetiche: Vincenzo Romano rileva gli echi ambrosiani nell’insegnamento di Francesco, e nello specifico nell’idea di misericordia, di Eucaristia come medicina e di Chiesa come luogo della cura; Jacopo Angelo Spanò fa dialogare Bergoglio con Dante sul tema della misericordia, intesa come volontà di liberazione dal male e dalla cupidigia che lo genera; Eni Demneri, infine, sonda come il linguaggio poetico introduca a una più ricca conoscenza affettiva, significativa e trasfigurativa del reale, nonché dell’umanità di Gesù.

L’autrice mostra che Francesco aveva menzionato pure Raïssa Maritain, la poetessa che sposò Jacques, entrambi affascinati dalle correspondances di Baudelaire, sul crocevia tra sentimento e intelletto.

Proprio da Maritain si sviluppano i primi due contributi della terza sezione, dedicata al pensare. Lorenzo Banducci vede nell’ecologia integrale di Francesco l’attualizzazione dell’umanesimo integrale, dilatato alla più vasta interconnessione ambientale, cioè estendendo la cura per la “città fraterna” a quella della “casa comune”, entrambe minate dal capitalismo disumanizzante. Mattia Vicentini, dal canto suo, colloca la visione antropologica del gesuita argentino nel personalismo di Maritain: la persona umana è un essere in relazione con l’a/Alterità; il cristiano evangelizza vivendo la propria imperfezione condividendola con gli altri e crescendo insieme nella reciprocità. Gabriele Laganaro ci traghetta dal rapporto fede/ragione nella Lumen fidei, abbozzata da Benedetto XVI, alla concretizzazione della parte conclusiva dell’enciclica, nella quale Francesco sottolinea che la luce della fede è al servizio del bene comune, dalla famiglia all’intera società. Se il predecessore era stato considerato divisivo per «eccesso di verità», il pontefice argentino – scrive Paolo Pera – sarebbe stato divisivo per «eccesso di carità». Nella kenosi di un papato che si svuota per vivere relazioni di cura, l’autore accosta Bergoglio a Vattimo, evidenziando una comune ispirazione heideggeriana, nel caso del pontefice attraverso la mediazione di Romano Guardini. È lecito domandarsi se Bergoglio sia ascrivibile al “pensiero debole”, ma non v’è dubbio che abbia dedicato attenzione alle persone deboli e fragili. Qui interviene Roberto Oliva, che indica la categoria di fragilità, usata da Francesco per abitare il cambiamento d’epoca, come cifra interpretativa del suo pontificato. Anche Oliva si richiama a Vattimo, definendo il modello ecclesiale bergogliano come “debole”: non violento, ospitale e consapevole della propria parzialità nello spazio pubblico plurale, luogo in cui è possibile essere tutti fratelli e sorelle a partire dal riconoscimento della comune fragilità.

Il pensiero di Francesco ha ridisegnato il modo di stare sia nelle dinamiche ecclesiali, sia nei legami umani. Siamo così introdotti nella sezione relazioni, che saggia l’impatto del pontificato sulle questioni famigliari, sociali e di genere.

Andrea Grillo ricostruisce il travaglio storico per giungere ad Amoris laetitia, che ha spostato l’accento dagli aspetti normativi concernenti la regolarità del matrimonio all’integrazione delle situazioni affettive reali: urge ora una recezione canonica di tale svolta. Ma di “cambio di paradigma” parla anche Giulia Battigaglia, precisamente riguardo il modo in cui viene intesa la ricerca pastorale e sociale sulla famiglia e l’educazione. Anche in questo caso, si parte dal dato di realtà, nella sua fragilità, da interpretare con un discernimento personale fondato sulla misericordia.

Il metodo è sempre quello del camminare insieme: ascolto, accompagnamento e integrazione delle esperienze in una teologia radicata nella vita concreta. Altre donne scrivono più specificamente sulle questioni di genere. Francesca Capalbo si sofferma sul riconoscimento da parte di papa Francesco dello specifico femminile, nonché sugli incarichi di responsabilità affidati per la prima volta a delle donne. Carmelina Chiara Canta ripercorre la storia di questo empowerment, evidenziandone criticità e contraddizioni, ma nella convinzione che sarà difficile retrocedere dai principali percorsi avviati. Infine, la teologa Maria Bianco si sofferma sulla nota 41 a margine della Laudate Deum che, menzionando la filosofa Haroway, aprirebbe l’ecologia integrale a una prospettiva eco-femminista all’insegna della co-appartenenza.

Tale sguardo globale ci spalanca la sezione che si affaccia su alcuni mondi che Francesco ha vissuto e che ci lascia in eredità. Luca Carbone vede nel pontificato bergogliano la realizzazione del farsi dialogo della Chiesa stessa, come auspicava Paolo VI: aprirsi all’altro è precondizione per imparare, costruire la pace e vivere la fraternità universale. Anche nell’articolo di Giuseppe Tramontin, che delinea l’ecumenismo spirituale incoraggiato da Francesco, l’incedere è sinodale: pregare insieme, impegnarsi insieme, procedere insieme. La concretezza delle amicizie, superando le divisioni confessionali, è occasione per un incontro condiviso con il Risorto e per una testimonianza cristiana comune. Gli ultimi due articoli spiegano infine come la visione di Bergoglio sia stata messa alla prova nel contesto geopolitico, e nello specifico in due scenari periferici rispetto al mondo occidentale: i rapporti con la Repubblica Popolare Cinese, illustrati da Orazio Maria Gnerre; la questione palestinese, con Andrea Di Lenardo che rievoca l’empatica vicinanza di Francesco alla popolazione di Gaza, le reazioni suscitate dalla sua condanna del genocidio commesso dalle forze israeliane e il ricordo commosso dei palestinesi.

La seconda parte del volume racconta il pontificato di Francesco attraverso una serie di interviste; le voci narranti provengono da diversi luoghi del globo e appartengono a differenti tradizioni e sensibilità spirituali. Troverete quindi – in ordine alfabetico – teologhe ed esegeti, benedettini, francescani e gesuiti, cattolici e riformati. Francesco viene descritto come un «papa di strada» (Massimo Faggioli), un «parroco globale» (Fulvio Ferrario) «con l’odore delle pecore» (Massimo Fusarelli), in quanto «pastore dei poveri e degli oppressi» (Anselm Grün). Francesco, «instancabile testimone dell’evangelo del bene» (Lidia Maggi), con «semplicità evangelica» (Gilles Routhier) è stato capace di «accorciare le distanze aprendo processi» (Bernardo Gianni), anche di «ecumenismo pastorale» (Antje Jackelén). Il «cambio d’epoca» di Francesco è stato descritto nei termini di uno «tsunami» (Geraldina Boni), di una «ventata d’aria fresca» (Cettina Militello) o di una «porta aperta» (Antonio Spadaro). I loro ricordi personali riportano episodi di grande umanità, come telefonate improvvise (Massimo Borghesi), incontri semplici e spontanei gesti di tenerezza di un «buon cristiano» (Severino Dianich).

Tra i limiti del pontificato, gli esperti intervistati segnalano parole fuori luogo, scelte umorali, atteggiamenti che di sinodale hanno avuto ben poco e attuazioni incomplete delle riforme. Un’area di criticità riguarda la questione femminile, come rilevano Severino Dianich, Cettina Militello, Linda Pocher e Juan José Tamayo Acosta. Nell’ottica della processualità, ci rendiamo conto che pure Bergoglio ha dovuto apprendere a fare il papa. Il suo agire pastorale e magisteriale è stato spesso polarizzante; probabilmente è stato necessario a risvegliare gli animi per uscire dal tiepidume che caratterizza gli ambienti ecclesiali più perbenisti o abitudinari. Alla lunga, tuttavia, spalancare la porta senza attraversarla (come dice Dianich), nonché l’uso più del bastone che della carota nei confronti dei preti (così riscontra il cardinale Radcliffe) ha generato insofferenza. Questa sembra essersi un po’ placata con l’elezione di Leone XIV.

Robert Francis Prevost, ricordano i suoi confratelli, non ha il feticismo delle vesti sacre. Ma la sinodalità val bene una mozzetta; e, da pragmatico americano, se può bastare un minimo di formalità estetica per far riprendere il cammino anche a chi sino al giorno prima si era opposto all’informale Francesco, ben venga. Dopo lo scombussolamento bergogliano, si vociferava di un ipotetico consolidatore delle riforme: una voce rassicurante per presbiteri e canonisti, capace di rendere maggiormente concreta la profezia di Francesco, un po’ come Paolo VI con il Concilio inaugurato da Giovanni XXIII. Leone, tra l’altro, pare avere uno stile di leadership ancora più sinodale, collegiale e defilata rispetto al populismo presenzialista del pontefice argentino. L’eredità che Francesco lascia al suo successore è dunque complessa, segnata da tensioni e paradossi: prossimità evangelica e decisioni autoritarie, immediatezza comunicativa e fraintendimenti, aperture simboliche e limiti strutturali.

Eppure, apprendendo dai passi falsi, la feconda «inquietudine» di Bergoglio – come l’ha definita Bernardo Gianni – merita di essere riattivata. In fondo, l’eredità di papa Francesco non consiste tanto in un sistema dottrinale o in una riforma specifica, quanto nell’avvio di processi che hanno impresso una direzione decisiva alla Chiesa. Ora possiamo vivere, senza timore, la responsabilità di interrogarci, discernere e affrontare insieme le questioni aperte. Anche dal suo stesso pontificato.

«Dipingere il Papa come una sorta di Superman, una specie di star, mi pare offensivo. Il Papa è un uomo che ride, piange, dorme tranquillo e ha amici come tutti. Una persona normale», disse Francesco nel 2014 al Corriere della Sera. Consapevoli di ciò, abbiamo voluto in copertina una delle opere di street art che hanno colto le vibes del pontificato facendo indossare a Francesco la tuta del supereroe. Alla domanda se egli lo sia stato davvero, pur con la propria kryptonite, lasciamo la risposta alla storia e al lettore.

Perché ogni personaggio storico – e Francesco di certo lo è – appartiene innanzitutto a chi lo vive.

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