
Antonello Pasini è primo ricercatore presso l’Istituto di Tecnologie e Intelligenza ambientale del Consiglio Nazionale delle Ricerche. È direttore scientifico dell’Osservatorio meteorologico Milano Duomo. L’intervista seguente è a cura di Giordano Cavallari.
- Gentile dottor Pasini, per trattare di clima e di cambiamenti climatici, partiamo da due accadimenti recenti che ancora ci stanno impressionando: l’enorme frana del Nepal e – su scala locale – i fortunali con venti forti, scrosci violenti di pioggia e grandine dell’estate italiana. Nepal: qual è la ragione climatica che ha provocato il disastro?
In questi casi non si può stabilire una causa climatica diretta, momentanea e istantanea: è un po’ come per le frane profonde o, in un altro ambito, per i terremoti. Qui c’è stata una sequenza di cause climatiche che, alla lunga, ha creato un evento traumatico.
Quali cause? Un accumulo di cause: dalle ondate di caldo estremo, al ritiro dei ghiacciai, alla fusione dell’acqua in superficie sul ghiaccio con uno sprofondamento interno fino alla roccia sottostante e alla fusione del permafrost che, fra le rocce, fa da “collante”.
Sono tutte concause che, col tempo, provocano quello che è poi in realtà accaduto.
- Esiste un nesso logico tra quanto avvenuto in Nepal e quanto è accaduto sulla Marmolada nell’estate del 2022?
Pur con le ovvie differenze di scala dei fenomeni, si tratta di due eventi bruschi causati da un accumulo di influssi.
Nel caso della Marmolada si è trattato di infiltrazione di acqua di fusione che, dalla superficie del ghiaccio, è passata all’interfaccia tra ghiacciaio e roccia sottostante, lubrificando quella zona e facendo così “scivolare” bruscamente a valle quella parte del ghiacciaio.
In Nepal, addirittura, la roccia è franata: qui l’influsso maggiore dovrebbe essere stato quello della fusione del permafrost tra le rocce che le legava insieme, come detto. In entrambi i casi, comunque, gli influssi climatici sono innegabili.
- Pianura Padana: qual è la spiegazione scientifica dell’innesco dei fenomeni violenti a cui stiamo assistendo?
Il nostro clima si sta estremizzando. Sulla nostra Italia il riscaldamento globale di origine antropica ha fatto addirittura cambiare la circolazione dell’aria. Se, fino a qualche decennio fa, le nostre estati erano dominate dall’anticiclone delle Azzorre – un cuscinetto di aria mite –, adesso siamo in preda a continue ondate di calore estremo dovute all’arrivo di anticicloni africani, molto più caldi e siccitosi.
Questi ultimi portano il terreno e il mare a surriscaldarsi e, quando si spostano o si ritirano, lasciano la porta aperta all’arrivo di correnti più fresche che creano un contrasto termico molto forte con l’aria calda e umida preesistente in loco e sul suolo surriscaldato. In queste situazioni si vengono a creare nubi temporalesche molto alte, spesse ed estese che portano a precipitazioni violente e a venti forti.
- È corretto portare questi eventi a dimostrazione del cambiamento climatico in atto? C’è pur sempre chi dice che, in fondo, questi fatti estremi e imprevisti sono sempre accaduti…
È chiaro che temporali ce ne sono sempre stati, ma ora la violenza è accentuata dal riscaldamento eccessivo che porta a situazioni di maggiore contrasto termico e di violenza, con molta più energia in gioco.
Come dico spesso, l’atmosfera non è dotata, come noi, di libero arbitrio: l’atmosfera segue le leggi della termodinamica e, perciò, non può trattenere, dentro di sé, a lungo, il surplus di energia, ma lo deve scaricare – in maniera quindi violenta – sui territori sottostanti, con piogge intense e venti forti.
- Quali dati e argomenti ancora portare a dimostrazione del riscaldamento globale, del cambiamento climatico in atto e delle sue cause?
I dati scientifici sono molto chiari: la temperatura sulla superficie del globo si sta alzando con una rapidità inedita. Si pensi che, dalle ere glaciali ai periodi caldi, l’aumento di temperatura è avvenuto al ritmo di circa 1 °C ogni mille anni; ora abbiamo osservato un aumento di 1 °C negli ultimi 50 anni.
I nostri modelli mostrano chiaramente come le cause di tutto questo si trovino nelle nostre emissioni di gas in atmosfera, come l’anidride carbonica – soprattutto a causa della combustione dei fossili e, in minor parte, per deforestazione e per agricoltura non sostenibile –, e non in fenomeni naturali quali le eruzioni vulcaniche o le radiazioni del Sole: si pensi che, negli ultimi 50 anni, l’energia che ci è arrivata dal Sole non è aumentata bensì è diminuita.

- Il cambiamento sta avvenendo a una velocità – e con accadimenti – non previsti e neppure prevedibili?
L’aumento di temperatura alla superficie del pianeta era stato ben previsto già da qualche decennio. Ora stiamo notando un’accelerazione del riscaldamento: si veda il mio ultimo studio in proposito.
Sappiamo, ormai, quali impatti il cambiamento possa avere sui territori, sugli ecosistemi e sull’umanità, con la sua salute, le sue attività e le sue infrastrutture; con influenze critiche anche sulla stabilità internazionale, sulle migrazioni e sui conflitti armati. Sappiamo anche che, se la temperatura continuerà ad aumentare, questi impatti diventeranno più forti e sarà ancora più difficile difendersi, cioè adattarsi. Dobbiamo, dunque, diminuire drasticamente le nostre emissioni di gas climalteranti per fermare l’aumento di temperatura e non giungere a situazioni ingestibili.
Il clima è determinato da un sistema complesso, che presenta punti di non ritorno: se non riusciremo a rimanere sotto la soglia dei 2 °C di aumento delle temperature rispetto all’epoca preindustriale, rischiamo fortemente di entrare in un equilibrio assai diverso, con diversi gradi di temperatura in più e un clima completamente stravolto rispetto a quanto conosciamo.
- C’è, secondo lei, un pensiero politico consapevole e attrezzato al riguardo?
Francamente, vedo poca “attrezzatura” nel bagaglio dei politici. Ma noi scienziati siamo pronti ad aiutare – per non continuare a parlare senza essere ascoltati come “uomo che grida nel deserto” – agendo come consulenti pubblici e gratuiti di Governo e Parlamento, ma anche dell’opinione pubblica, al fine di fornire un ventaglio di strumenti per affrontare seriamente questa crisi climatica.
Il clima non ha colore politico, il cambiamento climatico non è un problema ideologico ma reale. Finché non lo si comprende, siamo destinati a dibattiti sterili e ideologici. Occorre, invece, basare le nostre discussioni e le proposte di soluzione dei nostri problemi su un elemento di realtà, quello che ci fornisce la scienza del clima. Se si continua a mettere sotto la sabbia, o anche solo a sminuire, la crisi climatica, andremo incontro a un futuro molto buio, per noi stessi e soprattutto per i nostri figli e nipoti.
- Di fronte a fenomeni così grandi, le reazioni del comune cittadino – pure del buon cristiano non “negazionista” – possono essere di impotenza, di rimozione del problema ovvero di chiusura nel proprio particolare. Invece?
Invece bisogna capire che possiamo agire, raggiungere risultati concreti spingendo sulla politica. Abbiamo tutte le possibilità di farlo.
Certo, da soli non si va da nessuna parte: possiamo, ad esempio, metterci in gruppi di risparmio energetico, consumo sostenibile, produzione distribuita di energia… Non tutti sanno che la Conferenza Episcopale Italiana ha pubblicato un vademecum – per gli ordini religiosi e per i parroci – per mostrare loro come diventare promotori di Comunità energetiche: si possono mettere insieme edifici pubblici, chiese, esercizi commerciali, abitazioni private per produrre energia in maniera pulita e creare comunità solidali che aiutano anche chi non riesce a pagare le bollette.
Di fronte alla crisi climatica, gli atteggiamenti estremi sono due: o mettere la testa sotto la sabbia o soffrire di eco-ansia. Credo che agire in comunità e ottenere risultati concreti possa sconfiggere le solitudini del nostro tempo, che portano a questi atteggiamenti negativi.
Ovviamente occorre spingere sulla politica e sui politici affinché mettano gli obiettivi climatici ai primi punti delle loro agende, perché, alla fin fine, la gestione della transizione ecologica ed energetica è pertinenza della politica, che deve decidere come produrre energia: se in maniera pulita o ancora con i combustibili fossili. Non si può scaricare la responsabilità della scelta sui singoli cittadini.
Ricordo che, per tutto questo, noi scienziati del clima ci siamo!





