Spagna-Paesi Baschi: sul divieto per le cene solidali

di:

cena solidale

Lo scorso 28 luglio 2026 ho letto sul Diario Vasco che il Comune di San Sebastián (Donostia in basco) ha vietato le cene solidali per le persone senza dimora negli spazi pubblici «per motivi di sicurezza». Anche perché – pur essendo un’iniziativa che si svolge da anni – «non è mai stata autorizzata», non si conosce l’identità delle persone che vi partecipano e non esiste «alcun percorso di assistenza o di inclusione sociale».

Ho letto inoltre che, secondo «fonti comunali», non si tratta di lasciare qualcuno senza un piatto di cibo, ma di «incanalare il problema», dopo aver constatato che «una solidarietà mal gestita» non produce i risultati sperati. In coerenza con questa impostazione, il sindaco si è impegnato a raddoppiare le risorse economiche destinate all’inclusione sociale delle persone senza dimora, attraverso un sistema più coordinato ed efficace.

Successivamente ho dato uno sguardo ai più di centoventi commenti pubblicati sotto la notizia nel momento in cui l’ho consultata. Ce n’erano di ogni genere, compresi quelli apertamente «aporofobici», cioè segnati dalla paura, dal rifiuto e dal disprezzo nei confronti dei poveri e di chi vive nell’indigenza.

Mi interessava però soprattutto conoscere la reazione di una volontaria della Croce Rossa, che conosce molto bene questo mondo e che una sera alla settimana esce per ascoltare e offrire un minimo di sostegno alle persone senza fissa dimora. Mi ha risposto con una domanda ironica: «Davvero il Comune impiegherà le risorse con intelligenza e con cuore?». Mi pone questa domanda perché sa, per esperienza diretta, che il denaro è certamente importante nell’accompagnamento di queste persone, ma che la vicinanza, il rispetto, la considerazione e l’affetto lo sono ancora di più. Sono proprio questi atteggiamenti, infatti, ad abbattere barriere che le sole risorse economiche non riescono a superare.

Oltre ai finanziamenti, occorre vivere una vera e propria «mistica» – laica, religiosa o semplicemente fondata sulla fraternità e sulla solidarietà – capace di accompagnare queste persone e di aiutarle, se lo desiderano e se ne hanno la possibilità, a uscire dalla situazione in cui si trovano. Credo di interpretare correttamente il pensiero della volontaria quando affermo che una risposta ragionevole a questo problema richiede sì risorse adeguate, ma anche professionisti e volontari animati da una autentica «mistica».

***

Mentre riflettevo sulle sue parole, mi è tornato alla mente che nel 1526, durante un breve soggiorno a Bruges, Juan Luis Vives (1492-1540) scrisse il Trattato sul soccorso dei poveri. In questo piccolo libro il grande umanista valenciano prende posizione contro una «politica municipale» che, nel tentativo di rendere più decorosa la città, aveva preferito nascondere, perseguitare e incarcerare i poveri, invece di affrontare il dramma della loro miseria.

L’opera si apre con una splendida riflessione sulla matrice «mistica» dell’azione sociale, che purtroppo non è possibile approfondire in questa sede come meriterebbe. Segue poi una seconda parte dedicata alla gestione e alla leadership, nella quale Vives propone al governo cittadino di Bruges due criteri fondamentali.

Il primo consiste nel fatto che gli aiuti non devono essere percepiti dalla popolazione come un peso insopportabile per la comunità. Per evitare questo rischio, essi vanno amministrati chiedendo, laddove possibile, una forma di corresponsabilità a chi ne beneficia, affinché contribuisca al bene comune.

Da qui l’importanza – osserva Vives – di censire i poveri, in questo caso le persone senza dimora, registrandone l’identità e le necessità specifiche, così da poter offrire loro l’assistenza materiale necessaria oppure una formazione professionale che permetta di uscire dalla condizione di emarginazione. Ed è per questo che, compatibilmente con le loro possibilità, essi possono essere chiamati a prestare un servizio alla comunità quando ciò sia opportuno. È ciò che, nei secoli successivi, verrà definito come «controprestazione sociale» a fronte dell’aiuto ricevuto.

***

Il secondo criterio riguarda invece la leadership nell’affrontare la miseria. La povertà – sostiene l’umanista valenciano – è una tragedia e un’ingiustizia di proporzioni enormi. Per questo non è più accettabile lasciarne il contrasto esclusivamente alla generosità, spesso intermittente, di persone compassionevoli o della Chiesa.

È indispensabile che l’amministrazione municipale elabori una risposta nella quale i più bisognosi siano sostenuti anche da coloro che dispongono di maggiori risorse. Con questa seconda considerazione, Juan Luis Vives delinea un modello di leadership condivisa, fondato sulla collaborazione tra beneficenza privata e intervento pubblico, affidando però al Comune la responsabilità di regolare quest’ultimo secondo una chiara logica redistributiva.

Questa è la novità della sua proposta: una proposta moderata, che fu criticata allora e continua a esserlo ancora oggi. E tuttavia essa si rivela insufficiente quando si ha a che fare con persone che, oltre a non avere una casa, hanno ormai perduto ogni speranza.

Con loro, per quanto abbondanti possano essere le risorse economiche, difficilmente si potrà andare molto lontano. Ecco perché, accanto ai mezzi materiali, rimangono indispensabili professionisti e volontari animati da una autentica «mistica» del servizio e della prossimità.

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un commento