Omosessualità: le (discusse) terapie

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Il Regno Unito si appresta a legiferare per eliminare le terapie volte a contrastare l’omosessualità. Lo hanno già fatto Malta, Ecuador, Spagna, Canada, Stati Uniti e Germania.

È in discussione in una decina di altri paesi, fra cui la Francia e l’Italia. Il parlamento europeo ha invitato gli stati dell’Unione a legiferare in merito nel 2018.

La problematica attraversa politica, culture e religioni, Chiese cristiane comprese. Basta accostare alcuni testi. Il primo è un appello di 400 responsabili ecclesiastici di 35 pesi – fra di essi l’anglicano Desmond Tutu – (dicembre 2020) per chiedere la fine delle cosiddette «terapie di conversione». Indirizzato ai responsabili politici, è un testo consapevole che esse sono praticate anche da comunità cristiane fra Stati Uniti ed Europa.

«Chiediamo perdono a quanti hanno visto violata o distrutta la propria vita sulla base di un preteso insegnamento religioso», riconoscendo che alcuni ambienti religiosi hanno alimentato un «sistema oppressivo che coltiva l’intolleranza, perpetua l’ingiustizia e arriva alla violenza». «Tutti gli esseri umani di ogni orientamento sessuale, identità di genere o di espressione sono una parte preziosa della creazione e contribuiscono all’ordine naturale».

Sul fronte opposto, la Chiesa presbiteriana d’Australia. Il suo responsabile, P. Barnes ha vigorosamente protestato contro una legislazione ostativa alle cure approvata dal parlamento dello stato di Victoria. Essa costituirebbe «una dichiarazione di guerra alla Scrittura». «Le autorità civili – ha detto – hanno il diritto da Dio di governare. Non lo discuto, ma la loro autorità non è illimitata», soprattutto quando essa si mette di traverso rispetto alla Parola di Dio.

Più pacata, ma non meno chiara, la posizione dell’episcopato polacco che in un documento (Posizione della Conferenza episcopale sulle questioni LGBT, 29 agosto 2020) dice: «In considerazione delle sfide create dall’ideologia di genere e dai movimenti LGBT, e soprattutto tenendo conto delle difficoltà, sofferenze e lacrime spirituali, vissute da queste persone, è necessario creare centri di consulenza (anche con l’aiuto della Chiesa con le sue strutture) per aiutare le persone che vogliono ritrovare la propria salute, l’orientamento sessuale e naturale di genere».

«Il postulato di tali centri di consulenza è in netta contraddizione con le opinioni ufficiali dei circoli LGBT con posizioni considerate scientifiche, nonché con la cosiddetta “correttezza politica”. Non si può ignorare la testimonianza di persone che, a un certo punto, si sono rese conto che la loro diversa sessualità non è una fase irrevocabile o una codifica immutabile».

Va notato che nel documento più organico finora prodotto dalla Santa Sede relativo alle teorie di genere (Maschio e femmina li creò, 2019) non vi è alcun riferimento alle terapie di conversione.

Tutti i santi sono eterosessuali?

Il numero di omosessuali che ricorrono alle terapie riparative è contenuto, anche se negli Stati Uniti una stima parla di 698.000 casi. Se si allarga lo sguardo oltre l’Occidente verso gli altri continenti, si registra la criminalizzazione dell’omosessualità in 73 paesi del mondo con pratiche di cura che violano elementari diritti: dall’applicazione di elettrodi alle mani o ai genitali, alla castrazione chimica, dalla somministrazione massiccia di antidepressivi alle terapie ormonali, dal ricovero in ospedali psichiatrici a veri e propri campi di sterminio.

La dizione «terapie di conversione» copre un ampio spettro di pratiche, indicato dalle molte denominazioni: terapie avversative, terapie di riorientamento sessuale, terapie riparative ecc. Cito G. Bonnet, fondatore di una scuola per la conoscenza dell’inconscio (Epci): «Uno psicanalista ascolta per comprendere il desiderio del paziente. Se desidera di non vivere la propria omosessualità, tenuto conto delle circostanze della sua vita e del suo contesto, lo aiuterà a verificare se il suo desiderio è profondo e legittimo». Sarà opportuno investire la sua forza interiore nell’arte, nell’amicizia o in altre espressioni. «Non si tratta di una rimozione o di un rifiuto, come si dice. Se qualcuno ha intenzione di vivere diversamente la propria omosessualità non praticandola sessualmente è possibile e questo può rendere sereni».

E J.P. Cavroy, presidente di Devenir un en Christ: «Non esiste un modello unico, perché solo l’interessato può sapere quello che è buono per lui». «Il barometro è di essere capace di distinguere fra ciò che è subìto e ciò che è scelto in piena coscienza».

In ambienti meno professionali, come in alcuni movimenti o gruppi ecclesiali, si ricorre all’esorcismo, a preghiere di intercessione, a sessioni di auto-aiuto. Con approcci dilettanteschi e risultati assai modesti, se non contraddittori.

L’evangelico A. Chambers, che ha diretto l’associazione Exodus International, ha ammesso l’assurdità di voler guarire l’omosessualità. Sono ammirate da alcuni e guardate con perplessità da molti le due associazioni internazionali più note: la cattolica Courage, fondata nel 1980 a New York da p. J. Harvey, e la protestante Desert Stream Living Water, fondata anch’essa nel 1980 da Andrew Comiskey.

Harvey ha scritto nel 2001: «Per coloro che lo vogliono veramente, la crescita riparativa è una possibilità e si raggiunge regolarmente. Uomini e donne si lasciano alle spalle lo stile di vita omosessuale ma anche gli stessi sentimenti di attrazione per lo stesso sesso».

Gli studi più ottimisti parlano di un risultato positivo per un quarto di quanti scelgono queste cure. L’associazione Global Interfaith Commission on LGBT, tra i cui fondatori vi è p. J. Martin, ha recentemente lanciato un appello per abolirle. I danni che esse possono provocare sono: personali (perdita di autostima, ricorso a stupefacenti), relazionali (familiari e affettivi), terapeutici (colpevolizzazione), fino a tentativi di suicidio.

In uno studio di E. Tushnet, apparso su America (14 maggio 2021) si dice: «Per tutti quelli che ho intervistato, la loro esperienza è stata molto diversa. Alcune delle persone che ho intervistato sono uscite dai tentativi di cambiare le loro attrazioni profondamente traumatizzate. Molti hanno lasciato la Chiesa; almeno uno è stato spinto sull’orlo del suicidio. Altri hanno semplicemente scoperto che la terapia non li ha resi etero e non ha nemmeno offerto una guida per vivere come omosessuali credenti. Ognuno è rimasto alla domanda se poteva avere un posto in una Chiesa dove tutti i santi sembrano essere etero».

Percorsi traumatizzanti

I responsabili della Chiesa cattolica non si espongono (diversamente dalla decisione dell’assemblea dei vescovi anglicani di interdire le cure nel 2017 e dalla riconferma di perversione per la Chiesa ortodossa russa), preoccupati davanti a legislazioni che non sempre rispettano i confini dell’azione pastorale e spirituale e alle pratiche di gruppi interni di tipo carsico e poco gestibili.

Ma spesso ignorano i messaggi indiretti (nessuno nasce gay, l’omosessualità è dovuta a un trauma, è uno stato negativo ecc.) che favoriscono, soprattutto nell’ambito dei tradizionalisti e degli “ortodossi”, un invito indiretto verso le terapie di conversione.

I “devoti” sono i più esposti perché attingono a un profondo pozzo di silenzio e di vergogna, fino a pensare l’appartenenza cristiana e cattolica come necessariamente omofoba.

Il priore di una comunità contemplativa ecumenica francese (Béthanie), J.M. Dunand, ha raccontato a La Croix (26 novembre 2019) la sua avventura di omosessuale credente. Un lungo percorso della vergogna lo ha portato prima al Carmelo, poi a una scuola di preghiera, poi nel movimento del rinnovamento carismatico, dove per otto volte ha sperimentato l’esorcismo di liberazione dal demonio dell’omosessualità. Infine ha fatto la cura del sonno e si è trovato nell’ospedale psichiatrico con pulsioni suicidarie. Per ricostruirsi ha speso molto tempo, senza mai abbandonare la preghiera.

Forme di terapie di conversione sono, a suo avviso, ancora diffuse, seppure sotto tono. Ci sono gruppi che «continuano ad alimentare la confusione fra spiritualità e psicologia, proponendo una lettura fondamentalista della parola di Dio. In una società in progressiva perdita di riferimenti, credo che abbiano una certa capacità di attrazione i luoghi a inquadramento rigido perché danno l’impressione di robustezza».

Perversa o naturale

Dal già citato studio di America traggo altre due testimonianze. Quella di Pate (nome di fantasia) che ha accettato una terapie di conversione con un apparente successo (si è fidanzato) per poi frequentare diversi altri luoghi di terapia. Non si considera un sopravvissuto, anche se il suo orientamento non è cambiato. Ha scelto di vivere da celibe affrontando la croce della propria omosessualità.

Invece Alana non ce l’ha fatta. A 24 anni si è tolta la vita nel 2019. Ha lasciato scritto, parlando a se stessa: «So che non capisci come puoi essere amata e redenta. Vorrei che tu potessi vedere che le persone che ti amano, non ti guardino come qualcuna che ha bisogno di essere aggiustata o diversa da quello che sei».

La cultura occidentale è passata in un paio di secoli dal considerare l’omosessualità una perversione e un reato, passando poi alla patologia, alla deviazione e, infine, ad accettarla senza qualifica di disordine mentale.

Nel 1990 l’Organizzazione mondiale della sanità ha definitivamente cancellato l’omosessualità dalla classificazione internazionale delle malattie. È considerata una variante della sessualità.

L’orientamento prevalente del mainstream è bene espresso da E. Scaroina in un saggio sulla rivista Diritto penale contemporaneo («Prospettive di criminalizzazione delle terapie di conversione sessuale»): «È dunque ormai un dato pacificamente acquisito che le terapie di conversione, lungi dal trovare fondamento in concreti e validati studi di natura scientifica, sono ispirate univocamente da convinzioni di natura morale e religiosa secondo le quali l’omosessualità non è una condizione naturale degli esseri umani, ma un modo (errato) di rapportarsi sul piano sociale. La comunità scientifica è infatti ormai concorde nel ritenere che eventuali situazioni di disagio connesse al proprio orientamento sessuale e per lo più indotte dal contesto sociale e familiare, devono essere risolte attraverso percorsi terapeutici cosiddetti affermativi».

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4 Commenti

  1. Giovanni Di Simone 30 maggio 2021
  2. Marco 24 maggio 2021
  3. Sandro Cominardi 24 maggio 2021
  4. Adelmo li Cauzi 22 maggio 2021

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